E’ rimasto l’ultimo latitante del clan dei Casalesi, imprendibile, almeno fino ad ora. Michele Zagaria, detto ‘capa storta’ ( testa storta), è ancora libero, ma polizia e carabinieri, forze speciali gli danno la caccia. Nelle ultime ore nuove perquisizioni per stanarlo dopo quindici anni di ricerche. La sua latitanza racconta di una rete di copertura impressionante, di uomini dello stato infedeli che lo hanno salvato più volte. La primula rossa dei Casalesi avrebbe anche incontrato uomini delle istituzioni per accordarsi sul grande affare dei rifiuti, a riprova dei rapporti e del livello delle coperture.

Il magistrato Federico Cafiero De Raho, fin dagli anni ’90 combatte il gruppo criminale casertano, aprì lui le indagini sul clan (il fascicolo Spartacus poi diventato un processo e una sentenza definitiva). Oggi è procuratore aggiunto, coordina la direzione distrettuale antimafia napoletana e il pool di magistrati che dà la caccia ai Casalesi.

De Raho, gli state facendo il vuoto intorno, ma Zagaria continua a sfuggirvi.

Michele Zagaria ha attualmente acquisito un ruolo di riferimento apicale unico nell’ambito dell’organizzazione con la conseguenza che la rete che lo circonda e lo protegge evidentemente è ancora più ampia e accorta, così come l’esperienza che ha accumulato nel tempo, in ordine all’esigenza di muoversi senza lasciare traccia e comunicare con gli altri esponenti del gruppo senza usare strumenti intercettabili, rende ancora più difficile l’individuazione del luogo in cui si nasconde e la localizzazione dello stesso.

E’ sfuggito troppe volte. Si ipotizzano anche appoggi in ambienti para-istituzionali che gli avrebbero garantito un salva condotto, ipotesi plausibile?

Già in alcune occasioni è riuscito a sfuggire poco prima che giungessimo nel rifugio in cui si nascondeva. Questo certamente fa pensare in modo sempre più fondato che riesca a circondarsi di persone che arrivino ad attingere alle notizie riservate che consentono lo sviluppo proficuo dell’indagine

Continuano a finire in carcere, presunti fiancheggiatori del clan (qualche giorno fa una nuova operazione ha portato in galera una soldatessa in forza alla caserma di Ascoli Piceno, caserma nota alle cronache per il delitto di Melania). Quanto è estesa la rete delle coperture?

Il clan fornisce gli strumenti, gli immobili per consentire ai latitanti di sfuggire alle ricerche. Il più delle volte sono imprenditori che consentono al latitante di nascondersi. L’ultima indagine con l’arresto di Giovanni Garofalo ha consentito di individuare un rifugio freddo, ma dotato dei mezzi necessari per rendere irraggiungibile e non individuabile lo stesso rifugio. Le modalità di costruzione fanno anche pensare che la realizzazione del covo sia avvenuta in momenti quasi coevi alla costruzione della stessa villa, il che induce a ritenere che sia accaduto o accada anche per altri imprenditori. Il ritorno economico degli imprenditori del clan dei casalesi che si prestano alle coperture nei confronti dei latitanti, e di Michele Zagaria in particolare, sono ben immaginabili.

Arrestare i latitanti è importante, ma con la cattura di Zagaria si può dire sconfitto il clan dei Casalesi?

Zagaria è riferimento apicale. E’ evidente che arrestato Zagaria, il clan non è finito perché continua ad avere una struttura militare il cui ricambio è agevolato dalla ricchezza dell’organizzazione. La struttura economico imprenditoriale produce la prima linfa per la riorganizzazione anche militare, ma certo Zagaria resta un obiettivo fondamentale.

Si è molto parlato di modello Caserta. Cosa è mancato in questi ultimi mesi?

Credo che nel casertano sia nella polizia che nei carabinieri, così come nel Ros e nella squadra mobile di Napoli, vi siano professionalità eccellenti. Ma bisogna dire che proprio il casertano, che merita una maggiore attenzione, finisce, a volte, per essere distolto dagli obiettivi di più diretto contrasto alla camorra.

A cosa si riferisce?

Alla costituzione di un campo per gli immigrati irregolari in provincia di Caserta. La conseguenza è stata una deviazione verso altri obiettivi di un numero consistente sia di forze di polizia che di carabinieri.

Di recente un pubblico ministero, Giuseppe Narducci, ha lasciato la procura per fare l’assessore, potrebbe capitare anche a lei un giorno?

No, certamente no. Non entro in una valutazione sul comportamento degli altri, peraltro il collega che è andato a fare l’assessore gode della stima di tutti, e della mia in particolare. Detto questo, io sono per una legge che vieti al giudice o al pubblico ministero di andare a ricoprire incarichi elettivi nella stessa regione in cui ha operato.