Che certe scempiaggini possano uscire dalla bocca degli uomini, lo sapevamo. In un certo qual modo siamo addirittura preparati, pronti. Ma quando escono dalla bocca di una donna, soprattutto da una donna giovane, ci giungono come uno schiaffo. Come nel caso di Jessica-qualchecosa, Miss Padania 2011.

Senza eccessivamente soffermarci su certi capolavori di arte retorica, oppure sulla “faticaccia” che è stata per la liceale bergamasca quella “settimana intera di prove su prove” e sulla “grandissima soddisfazione” per aver “imparato tantissime cose”, basti sapere che la biondina diciottenne sente di “essere cresciuta”, attraverso questa esperienza, “nel carattere”. Manco fosse partita per un paio di mesi con Emergency!

E’ triste che ci tocchi sentire dalla bocca di una ragazzina di neppure vent’anni che i “padani” siano meno lazzaroni e svogliati dei “terroni” e che la debacle elettorale della Lega e della destra sono riconducibili al fatto che “gli italiani hanno frainteso, non hanno capito bene la campagna elettorale”. Fortuna che sostiene di non voler ancora tuffarsi nell’agone politico, ché è troppo presto: un sospiro di sollievo da Caltanissetta a Bolzano.

Tutto questo, però, dovrebbe insegnarci qualcosa sulla generazione di veline, letterine e miss-qualcosa che ci stiamo allevando in seno. Mica tutte, per carità. Una minoranza, d’accordo. Ma in crescita. Ma preoccupante. Perché è sempre preoccupante constatare come sia facile prendere dei ragazzini, delle ragazzine, e istillargli idee bislacche sulla “padania” (bisognerà pur dirglielo, che non esiste neppure geograficamente e che non c’è uniformità manco orografica tra Chioggia e Belluno, tanto per dire), sui “terroni”, su come sono i padani e su come sono i terroni. Corbellerie, s’intende. Perché queste ragazzine cresciute col mito del Grande Fratello, non sanno neppure che esistono più biondi con gli occhi chiari ad Agrigento che non a Vicenza. Al sud ci sono stati i normanni, che hanno regnato per decenni e hanno allegramente mescolato il loro dna al nostro.

Ecco, a me queste ragazze fanno paura. Più paura dei loro coetanei maschi. Molta di più. Perché sono più ostinate, più feroci, più reazionarie, più crudeli. Mi fanno paura perché sono le più spietate custodi di una pseudo ideologia a un passo dalle leggi razziali, di un pensiero predone che divide la realtà complessa e poliedrica nel semplicismo di “noi” e “loro”, di noi contro loro. Del resto sono cresciute all’ombra di chi ha coltivato in loro la politica delle differenze e delle diffidenze, della paura e del “contro”. Perché è più facile unire tanta gente diversa per andare “contro”, unirla nell’odio, nella paura, e approfittando dell’odio, della paura, manipolarla per servirsene, per farne numero.

Ma soprattutto mi spaventano perché queste ragazzine saranno le donne di domani, le mogli di domani, le mamme di domani. E insegneranno ai loro figli che i padani sono migliori dei terroni, e per questo è giusto che i terroni vengano depredati dei fondi per le aree sottoutilizzate (sì, i fondi FAS, quelli che, se usati bene, dovrebbero rendere meno sottoutilizzate proprio quelle zone lì) che vanno invece usati per pagare le multe per le quote latte degli allevatori padani. Insegneranno ai loro figli che, quelli che hanno un accento diverso, un colore diverso, una vita diversa non sono proprio uguali uguali agli altri. E se non sono uguali agli altri, bisogna temerli, guardarli con sospetto, tenerli a distanza. Insegneranno ai loro figli che è più importante fare “il bene del nord” piuttosto che ricercare il più difficile cammino della crescita comune. E i loro figli cresceranno così, e saranno gli uomini di domani, i padri di domani, i politici di domani.

E avranno paura. Così, per sconfiggere la paura, si armeranno di croci e di fruste, come in passato, come adesso, indosseranno tuniche e cappucci, come in passato, come adesso, e daranno la caccia a chi è diverso, a chi non rientra in un ristretto e rassicurante concetto di normalità, a chi ha la pelle di un’altra sfumatura, i capelli di un altro colore, un accento caldo di mediterraneo. In nome delle loro paure useranno Cristo per andare casa per casa e stanare gli “irregolari”, i diversi, gli “altri”. E’ già accaduto. E accadrà ancora.

Per questo bisogna ricordare tutto, raccontare tutto, insegnare tutto. Soprattutto il dubbio, la ricerca, la critica. Insegnare ad ascoltare e a capire, anche quando sembra difficile, anche quando la lingua è diversa. Anche quando uno si chiama Giuseppe e l’altro Hassad. Insegnare che ci sono parole che è vergognoso pronunciare, e una di quelle parole è tolleranza. Perché porta con sé un paternalismo condiscendente che puzza di superiorità, di idea di superiorità. Quella superiorità che ci ha fatto credere di avere il dovere di colonizzare e sterminare in nome di una presunta missione civilizzatrice. Insegnare che la parola giusta non è tolleranza, è rispetto.

Insegnare a guardare oltre. Oltre quello che ci insegnano, oltre quello che ci propugnano, oltre quello che ci contrabbandano come verità assolute. Insegnare che non esistono le verità assolute, anche se riposarsi in esse è assai più comodo che non oscillare sul bordo di una perenne ricerca. Insegnare a cercare i perché più che i perciò. Insegnare l’autonomia di pensiero. Quella che rende l’uomo davvero grande, fin da quando rubò il frutto della conoscenza e divenne come dio. Quel giorno non nacque il peccato, come vogliono farci credere. Quel giorno nacque una splendida virtù, chiamata disobbedienza.

E noi dovremmo sempre ricordare di essere tutti figli di Adamo, quel vivace ragazzo.