Le nuove tendenze musicali corrono sul filo del rasoio, generi e sottogeneri mutano alla velocità della luce, mescolandosi attraverso nuove e vecchie sonorità. La contaminazione si compie dentro l’ovvietà di una piccola equazione: il nuovo sta al vecchio come la ruggine sta al ferro. La reazione che ne consegue apre le porte all’azione e allora, intaccare il passato, potrebbe significare… sgretolare il futuro.

Niente di nuovo sotto il sole, lo avevano già fatto i Franz Ferdinand all’inizio del nuovo millennio, “ossidando” la storia ma soprattutto facendola propria. Altro non era che l’inizio di un percorso nei sentieri – a lungo vituperati – della New Wave di fine anni 70.

Così, le geniali intuizioni dei Joy Division, riapparvero attraverso il nichilismo degli Interpol. Le drammatiche atmosfere dei Cure si impossessarono delle “chitarre sverniciate” dei Killers, mentre “La Rivoluzione Sandinista” dei Clash fece propria la crescita dei Libertines. Ai tempi, le nuove generazioni, salutavano l’ennesima rinascita della musica, inconsapevoli del fatto che quella – in verità – potesse essere l’inizio della paralisi.

Il successo garantito dell’operazione ha creato – nel corso degli anni – una cortina di fumo tale da non accorgersi di quanto stesse accadendo.

Ai giorni nostri, la storia si ripete: le band attuali, continuano inconsapevoli a saccheggiare i colori cangianti degli anni 80. Guardano alla lezione impartita dai Franz Ferdinand, come fosse unica e assoluta, ignorando le vere radici da cui tutto è cominciato. La storia della musica – o perlomeno una parte di essa – diviene un puro esercizio di stile, con il quale confrontarsi eventualmente con una cravatta stretta, un paio di pantaloni a sigaretta e la matita sotto gli occhi.

Così, il nichilismo degli Interpol riappare tramite le frenetiche sonorità dei Chapman Family, “le chitarre sverniciate” dei Killers si impossessano del flusso melodico dei Chapel Club mentre la crescita dei Libertines si completa dentro quella dei Pigeon Detectives.

A questo punto, dopo aver intaccato inesorabilmente il futuro della musica, la ruggine regna sovrana. Il rimedio potrebbe giungere dal web: esiste un sottobosco musicale piuttosto fecondo, nel quale vivono piccole realtà indipendenti che rifuggono dai diktat delle case discografiche e dalle mode del momento. Dopo anni di oscurantismo, le circostanze potrebbero portare a un cambiamento epocale. I Radiohead ci provano da tempo; dopo aver abbandonato la Emi, vendono i dischi attraverso il loro sito ufficiale e, solo in un secondo momento, si affidano alla capacità distributiva di piccole case discografiche.

In Italia, la cosiddetta scena indipendente, il più delle volte si autoproduce, garantendosi – in tal modo – la libertà creativa ma non il successo commerciale che rimane sovente una chimera. È il caso dei Julie’s Haircut, la band reggiana dopo aver inizialmente strizzato l’occhio alle atmosfere indie – Made in England –, ha saputo reinventarsi, stravolgendo completamente il proprio stile, il tutto, all’insegna dell’indipendenza economica/creativa.

Qualcosa si muove anche attorno alla musica nazional popolare: Renato Zero ha stracciato i suoi vecchi contratti, rivendicando l’antico spirito libertario che negli anni 70 lo aveva portato in cima alle classifiche italiane; un modo coerente per continuare a trasgredire, cercando soprattutto di… non arrugginire.

9 canzoni 9 … per (non) arrugginire

Transmission • Joy Division

Pda • Interpol

Play For Today • The Cure

Somebody Told Me • Killers

Police On My Back • The Clash

Don’t Look Back Into The Sun • Libertines

Romantic Type • The Pigeon Detectives

Mountain Tea Traders • Julie’s Haircut

No! Mamma No! • Renato Zero