La decisione della Corte di Giustizia Europea sul caso di Hassan el Dridi (che sinteticamente dice “no” al reato di immigrazione clandestina), muove i primi effetti anche negli uffici giudiziari di Bologna, dove per la verità molte resistenze alle asprezze della Bossi Fini erano già state mostrate in tempi passati e recenti.

Sulla scorta della sentenza, la Procura di Bologna ha comunicato alle forze di polizia giudiziaria che i pubblici ministeri non chiederanno più la convalida degli arresti degli immigrati clandestini, dimostrando di voler seguire la strada di libertà tracciata dalla recente decisione della Corte del Lussemburgo.

La sentenza, sia detto chiaramente, non ha abrogato la Bossi-Fini, ma permette, disapplicando le disposizioni in contrasto con le direttive europee, di ridisegnarne i confini, incidendo sulle ipotesi di arresto e reclusione del clandestino.

Scriveva Victor Hugo nella Storia di un crimine: “C’è qualcosa che è più forte di tutti gli eserciti, ed è un’idea il cui momento è giunto“. A rovescio, potremmo dire: non c’è forza più fragile di una idea superata dal tempo.

L’ idea da considerarsi superata, dopo la sentenza della Corte, è che un fenomeno epocale come quello dei flussi migratori possa essere gestito attraverso grossolane scorciatoie repressive.

Nel corso di dieci anni, la legge Bossi-Fini è stata ossessivamente inasprita, fino al “bastone” all’occhiello dell’art 14, dove viene previsto che lo straniero inottemperante all’ordine di allentamento, venga arrestato e punito con la reclusione in carcere fino a quattro anni.

Pronunciandosi proprio su quest’ultimo articolo, la Corte Europea ha sottolineato come la scelta italiana di punire con la reclusione il migrante sia inutilmente aggressiva sui diritti, e inefficace proprio in riferimento al terreno sui cui doveva maggiormente incidere: quello dell’allontanamento dei clandestini irregolari. A voler colpire troppo forte, verrebbe da dire, alla fine si è rotto il bastone. Prevedere una pena detentiva come quella prevista in Italia, per il giudice Europeo, non solo è lesivo di un diritto fondamentale come la libertà, ma è anche in contrasto con le politiche europee di effettività del rimpatrio e dell’allontanamento.

In buona sostanza, nel punto censurato, la Bossi-Fini non solo è inutile, ma anche inutilmente ingiusta, e, capolavoro dei capolavori, finisce perfino con l’essere dannosa alle stesse politiche europee sull’immigrazione.

Le parole di legge, a ben guardarci dentro, nascondono una tensione implacabile, una narrazione segreta sul progredire della storia comune. La tensione che qui non si riesce a far tacere, sta nel bisogno di coniugare il controllo sociale delle migrazioni con il rispetto dei principi di diritto su cui fondiamo la nostra civiltà.

Fra le righe, scavando nel senso, la Corte Europea sembra dirci, parafrasando Focault: sorvegliate, ma non punite. Non c’è, nella sola clandestinità, ancora abbastanza per punire così duramente, per giustificare il massimo giudizio di riprovazione sociale rappresentato dalla reclusione. Va da se, che il carcere dovrebbe essere una misura estrema, che incide per sempre sull’esistenza; si esce dal carcere, ma non dalla condanna. Con la liberazione, non torna la libertà.

C’è un esigenza tutta sociale qui, che l’Europa riconosce, e c’è pure tuttavia una vicenda umana che non si può non vedere.

Non è equiparabile allora la storia di chi diventa delinquente commettendo una violenza o un danno, da quella di chi è colpevole solo della complessità stessa della vita migrante, ed è in cerca, magari con ostinata onestà, delle sue speranze e delle sue disperazioni.

Per sorvegliare, per garantire le imprescindibili sicurezze dell’ordine, gli unici rimedi sembrano essere allora quelli dell’accompagnamento, anche forzato, e la massima privazione della libertà sopportabile dovrebbe consistere nella permanenza nei (contestati) Centri di Identificazione.

C’è poi un’altra idea che fa i conti con la storia, ed è l’idea che l’Europa sia solo un idea.

In realtà, l’Europa del diritto è già oltre l’Europa degli Stati e delle loro classi politiche.

In un momento di grave crisi sistemica dell’Unione, la sentenza della Corte ci ricorda che le regole comuni esistono, e una volta fissate, valgono per tutti. Siamo parte di un progetto più grande, le disparità non sono ammesse, il nostro cammino è comune.

Gli organi giudiziari di Bologna, disapplicando le norme censurate della Bossi-Fini, e decidendo di conseguenza sulla sorte di tanti stranieri, in fondo rivelano una verità che a volte sembra lontana e fumosa, è invece è tutta quotidiana: l’Europa è il vero confine delle nostra città.

Il diritto europeo è l’albero a cui siamo legati, è se talvolta sembra ostacolare la corsa, altre volte ci salva da impensabili derive.

Insistendo con decisione verso l’integrazione e l’applicazione del diritto comunitario, i giudici del Lussemburgo evidenziano che l’Europa ha ormai un identità concreta, che va oltre quella dei singoli stati ed è anche grazie alla voglia di libertà di un clandestino algerino di nome Hassan, che questa identità oggi viene difesa e rafforzata.