«La verità vera, la pura verità è che, scrivendo queste storie, mi sono semplicemente concesso, senza farmi troppe domande, il diritto di divertirmi». Diritto sacrosanto. Se non fosse per il tema delle storie in questione. Il tabù per eccellenza: la morte.

Anzi, peggio: la morte volontaria. Insomma, ci si può divertire parlando di suicidio senza scadere nel cattivo gusto? Difficile. A meno di non chiamarsi Vercors. E avere quella particolare grazia di spirito e di penna che attraversa, lieve, tutte le pagine delle 21 ricette pratiche di morte violenta, “ad uso delle persone scoraggiate o disgustate dalla vita per motivi che, tutto sommato, non ci riguardano”, come recita il sottotitolo.

Lo manda in libreria per la prima volta in italiano il piccolo e raffinato editore portaparole di Roma. Il testo risale al 1926. Dovuto a un fugace, infelice e molto triste amore di gioventù dell’autore. Il quale incontra una signorina che gli concede amicizia, “ma nient’altro”.

Perciò lui, dotato di un naturale talento per l’illustrazione, per farla intenerire disegna sotto gli occhi di lei un uomo che si fa saltare le cervella. Ma lei non si intenerisce. E risponde con un uomo che si asfissia in una stufa a carbone. Lui con un altro che si annega. Lei con uno che s’impicca.

E così via, finché lui ne fa un libello illustrato che circolerà con molto successo. E via dunque alle più stravaganti e bizzarre modalità di morte volontaria: dall’immersione prolungata parziale al suicidio per eccesso di longevità, dalla combustione vivace all’eccesso idraulico. Fino ai più rigorosi metodi della laminazione, impalamento ed esplosione.

O il fantasioso suicidio per ingestione da parte di animale. E quello per contagio volontario, aspro attacco alla medicina del tempo. Perché, scrive l’autore, il suicidio è una cosa seria. Ecco il motivo di una guida: per sottrarsi alle insidie dell’insuccesso e per permettere al candidato di morire con eleganza.

Divertenti e dissacranti, queste ricette sono tutte da leggere, dalla prima all’ultima. I benpensanti – quelli non stupidi, perlomeno – lasceranno da parte lo sbigottimento per riconoscere l’umorismo manifesto nel vantare la morte per affermare il valore della vita.

Paradossale e gustosissimo, il libello riecheggia d’una risata beffarda: quella di chi legge e quella, fragorosa, di Vercors – pseudonimo acquisito durante la Resistenza francese da Jean Bruller (1902-1991), ingegnere prestato all’illustrazione, scrittore affermato e fondatore, con Pierre de Lescure, delle gloriose Editions de Minuit. Dopo cinquant’anni, Vercors pubblicò le 101 ricette di morte lenta, ovvero un libro di ricette vere, gastronomiche, evidentemente indigeste per gli stomaci di sana costituzione: «lasciarsi morire lentamente di buona tavola invece che istantaneamente sparandosi alla testa non è, forse, una cattiva soluzione». Sembra di sentire uno dei quattro seduti al tavolo dell’indimenticabile La grande abbuffata.

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