Herat, Afghanistan – Uscita di scena ad Abbottabad, in Pakistan, una delle stelle del firmamento dinamitardo globale, c’è chi torna a interrogarsi sul mullah Omar, il leader talebano che, come Osama bin Laden, ha fatto di necessità virtù: trasformare la latitanza, e dunque l’impossibilità di esporsi pubblicamente, in strategia ‘politico-mediatica’. Apparizioni rarissime (se non tra i più fedeli), discorsi distillati con estrema prudenza, qualche comunicato diffuso in modo intermittente dal Consiglio dei leader, l’organo politico di dirigenza talebana, su cui Omar pare avere ancora l’influenza maggiore. L’ultimo è stato reso noto quattro giorni fa dall’abile ufficio propaganda dei turbanti neri, e annunciava la nuova offensiva militare di primavera.

Tra gli analisti di Kabul, c’è chi si dice convinto che i comunicati ufficiali degli studenti coranici siano direttamente riconducibili al mullah Omar, e che ogni importante operazione militare nella terra dei pashtun debba passare per la sua approvazione preventiva.

Non tutti la pensano così, però: Alex Strick van Linschoten e Felix Kuehn sono due ricercatori di base a Kandahar, nel sud dell’Afghanistan, già autori di una fortunato libro biografico sulla vita di mullah Abdul Salam Zaeef, ambasciatore in Pakistan per conto dei Talebani e oggi, dopo qualche anno in carcere a Guantanamo, figura ‘mediatrice’ tra i movimenti antigovernativi e il governo afgano presieduto da Hamid Karzai.

Nell’ultimo loro libro, appena pubblicato – An Enemy We Created: The Mith of the Taliban/Al Qaeda Merger in Afghanistan, 1970-2010 (Hurst) – i due ricercatori contestano la tesi della presunta alleanza Taleb-al Qaeda, e sostengono che il mullah Omar disponga ormai soltanto di potere simbolico, come leader religioso, ma di nessun ruolo primario come capo militare. Tra le cause della sua marginalizzazione, anche le strategie adottate dalla Nato e dagli Stati Uniti: le campagne mirate all’uccisione dei leader degli insorti, insieme all’arresto all’inizio del 2010 in Pakistan e altrove di un alto numero di esponenti di spicco del Consiglio talebano, avrebbero “indebolito l’intera struttura di comando e la capacità della leadership di far rispettare le decisioni”. Da qui, una spaccatura tra la vecchia guardia talebana (tra cui mullah Omar), che sarebbe pronta al dialogo negoziale con il governo di Kabul, e la nuova generazione, più vicina al jihadismo di ispirazione qaedista e alquanto riluttante a qualsiasi ipotesi di compromesso con gli invasori occidentali.

Anche per Antonio Giustozzi, tra i più autorevoli esperti di Afghanistan – a cui ha dedicato libri importanti come Koran, Kalashnikov, and Laptop: the Neo-Taliban Insurgency in Afghanistan (Columbia University Press 2006) – “il mullah Omar non è molto attivo. A volte rimane diversi mesi senza farsi vivo, anche con i suoi collaboratori, per poi diffondere qualche decreto o decisione vincolante”.

Giustozzi ritiene però che si tratti di una vera e propria strategia da “monarca europeo”: “Il trucco – ha spiegato tempo fa a Kabul – sta nel non prendersi troppe responsabilità, perché più ne assume e più rischia di bruciarsi le mani. Interviene solo in questioni importanti, nel caso in cui sia necessaria la sua autorevolezza, delegando la gestione degli affari quotidiani ai vari consigli. Forse non sarà in grandissima forma ma sta adottando una strategia consapevole: limitare le proprie funzioni a quelle di un presidente della Repubblica di tipo tedesco. Gli conviene perché deve comunque rimanere in clandestinità, e sarebbe difficile e pericoloso gestire in modo diretto il movimento”. Ancora più incerto, il luogo da cui opera: la maggior parte degli analisti tende a pensare che, insieme ai più importanti leader talebani, sia a Quetta, in Pakistan. E che negli ultimi tre anni abbia cercato di smarcarsi dall’abbraccio soffocante dei servizi segreti pakistani, l’ISI, senza però riuscirci del tutto. Ai pakistani fa ancora comodo – dicono i maligni – agitare il suo fantasma. Salvo rischiare di rimanere poi scottati, com’è successo con Bin Laden.

di Giuliano Battiston – Lettera 22