La Corte di giustizia europea ha respinto la legittimità dell’introduzione nel diritto italiano del reato di immigrazione clandestina per il quale si prevede la reclusione. Questo standard, guidato da una logica di “tolleranza zero”, non è coerente con la direttiva europea sul rimpatrio degli immigrati clandestini. Finora l’immigrazione clandestina aveva suscitato passioni e vivaci discussioni politiche, ma nessun paese aveva formalmente compiuto il passo di portarlo sul terreno del diritto penale. Infatti, la violazione di norme per l’ingresso e il soggiorno in un paese è stata considerata come un illecito amministrativo e non un reato penale. In Italia il sicuritarismo e la xenofobia hanno consentito questo allungamento di passo.

Certo diversi paesi europei hanno utilizzato strumenti di gestione della clandestinità come i campi o centri di “detenzione”. Di fatto la detenzione amministrativa è stata un vulnus nella civiltà giuridica dell’Italia. E la proliferazione di luoghi del non diritto o peggio del diritto speciale non è nelle tradizioni dei costituzionalismi europei. Dopo l’invenzione dei centri di permanenza temporanea con la legge del 1998  si è consentita di fatto l’introduzione della detenzione amministrativa. Ed è per trovare un fondamento giuridico ai centri che fu introdotto il reato di immigrazione clandestina nel 2009 con il pacchetto sicurezza. La clandestinità da illecito amministrativo divenne reato penale punito con la reclusione.

In ogni caso a portare la Corte a pronunciarsi sul tema è il caso di Hassan El Dridi un algerino condannato dal tribunale di Trento ad 1 anno per mancato rispetto di un ordine di espulsione. La Corte si è pronunciata dicendo in sostanza che “una sanzione penale della clandestinità così come stabilita nella legislazione italiana può pregiudicare l’obiettivo di stabilire una politica di rimpatrio che sia rispettosa dei diritti fondamentali“. In più, la Corte ha ritenuto di dover “escludere qualsiasi disposizione contraria alla direttiva e alle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri”.

C’è in questa decisione una questione di credibilità e di coerenza dell’Unione Europea sempre pronta a pontificare sull’universalità dei diritti umani e del rispetto della dignità umana. Nel momento in cui, a nome dei diritti umani, va avanti e si afferma sempre di più il principio di ingerenza umanitaria anche con l’uso della forza, il pronunciamento della Corte aiuta a sopperire l’ipocrisia della doppia morale che sembra aver caratterizzato la politica di certi paesi europei.

Oggi vediamo il consolidamento di sistemi giuridici che non solo creano logiche di non rispetto dei diritti umani ma mortificano spesso la dignità delle persone immigrate. Insomma, credo che non vi può essere alcuna giustificazione per la sospensione dell’habeas corpus per persone straniere (non-occidentali) a meno che non si voglia formalizzare un nuovo sistema di apartheid basato sul dualismo tra indigeni e migranti.

Ben venga dunque il pronunciamento della Corte europea di Giustizia.