Il palazzo della Consulta a Roma

I giudici del Tribunale di Milano non avrebbero osservato lo “spirito di leale collaborazione tra le istituzioni”. Così scrive l’avvocatura di Stato nelle venti pagine di ricorso alla Consulta contro la decisione dei giudici titolari del ‘processo Mediaset‘ di non giustificare l’assenza del premier Silvio Berlusconi – imputato di frode – all’udienza del primo marzo 2010. Rifiutandosi di accettare come ‘legittimo impedimento‘ una riunione del Consiglio dei ministri. Incontro deciso però, avevano risposto i giudici, dopo aver già preso un appuntamento in Tribunale con loro. Il Consiglio era infatti stato fissato per il 24 febbraio e poi fatto slittare al primo marzo, data già scelta insieme ai legali del premier per l’udienza. Dopo che altri tre dibattimenti erano già saltati. C’era la “necessità di procedere a una compiuta stesura” del ddl anti-corruzione “che ha comportato una complessa elaborazione”, è la spiegazione che forniscono ora gli avvocati Michele Dipace e Maurizio Borgo dell’avvocatura di Stato.

La Corte Costituzionale ha certo attribuito al giudice il potere di valutare se, in concreto, l’impossibilità di Berlusconi a partecipare alle udienze fosse assoluta. Ma, argomentano i legali, la valutazione non può riguardare “le motivazioni e le ragioni (di politica governativa)” che stanno dietro alla decisione di fissare il Consiglio dei ministri in una data piuttosto che in un’altra. Per di più, non sarebbe ruolo dei giudici chiedere di esibirne le prove, interessandosi così di questioni politiche e non giudiziarie. Senza considerare, scrivono ancora gli avvocati, che il lavoro del premier è imprevedibile. “Basti pensare ai momenti drammatici che stiamo vivendo in queste settimane (guerra civile in Libia e immigrazione di portata straordinaria in Italia) che tengono costantemente impegnato il Governo ed in particolare il presidente del Consiglio in una continua attività, sia all’estero che in Italia, del tutto imprevista e dai risvolti imprevedibili”.

E se anche Berlusconi si fosse spiegato, le ragioni “sarebbero state ritenute sufficienti a provare la sussistenza di un legittimo impedimento?”, si chiedono gli avvocati dello Stato. Magari, ipotizzano, si sarebbe invece aperto un dibattimento sulle motivazioni, ancora una volta politiche, sottolineano, che avevano reso necessario lo slittamento di data e la sovrapposizione con l’udienza. Uno scenario impossibile, secondo Dipace e Borgo, che viola le “esclusive attribuzioni costituzionali”. Un modo burocratico per dire che c’è chi si occupa di politica e chi di processi.