Che cos’è oggi un filosofo francese? C’è da chiederselo, quando il meglio della French Philosophy è rappresentato ormai dal vecchio Alain Badiou, classe 1937, allievo dell’Ecole Normale, marxista e fervente anti-moderno. In un certo senso, Badiou è il prototipo del filosofo francese, di quelli caricaturati nei vecchi film americani: brutto, arrabbiato, inutilmente polemico e fumoso, un perfetto esempio di “effetto-guru”, ossia che più non lo capisci e più ti sforzi di sovra-interpretarlo e trovare un senso ai suoi deliri.

Come fa notare Jean-Louis Fabiani, in un bel libro ignorato in Francia, Qu’est-ce qu’un philosophe français? (Editions de l’EHESS, 2010), il filosofo francese D.O.C. ha una sua genealogia riconoscibile: tipicamente piccolo-borghese, allevato in provincia e promosso all’élite culturale grazie al reclutamento in una Grande Ecole della Repubblica, ha quasi sempre un passato da insegnante del liceo (pure Sartre dovette spendere qualche anno a insegnare a Le Havre), un’erudizione da filologo e un curriculum da attivista politico, a sinistra o a destra, più sovente a sinistra.

Con queste tre credenziali il filosofo francese si crea una reputazione da maître à penser sin da piccolo, si confronta con i suoi simili e solo con loro, e si permette un’arroganza su qualsiasi tema. Le sue armi sono la menzione precisa di dati inverificabili, una feroce verve contro i colleghi intellettuali, e una posizione controintuitiva e insostenibile su qualsiasi questione di attualità.

In un pamphlet intitolato L’antisémitisme partout (La Fabrique, 2011) Badiou fa tutto da sé. Crea il fenomeno: in Francia, a detta sua, da dieci anni a questa parte si denuncia nei media un antisemitismo crescente. Poi lo rivolta come un guanto: tutto questo parlare di antisemitismo non è altro che un modo di fomentare l’odio anti-arabo, perché è agli arabi e in generale ai musulmani che si attribuisce la colpa delle nefandezze contro gli ebrei.

Dunque, la denuncia dell’antisemitismo nasconde il volto del nuovo antisemita, che è in realtà un anti-musulmano, e, peggio del peggio, fa il gioco di Marine Le Pen e del Front National, che, a detta sua, è diventata «tutta dolce con gli ebrei» perché l’aiutano a sostenere che la peggior minaccia per la Francia sono i musulmani che pregano sui marciapiedi.

La costruzione dell’inesistente complotto mediatico in difesa degli ebrei – e basta poco per rendersi conto che l’affermazione è basata su qualche ritaglio di giornale e qualche dichiarazione dell’odiato collega Finkelkraut, colpevole di aver più successo in patria – si fonda sulla denuncia di un nuovo antimusulmanesimo, che vede tra i suoi creatori l’intera banda degli intellettuali filosemiti parigini.

Tutto ciò con uno scopo, come ogni teoria del complotto che si rispetti: ossia legittimare un’idea di democrazia che altro non è che la faccia ipocrita del complotto capitalista.

Saturno, Il Fatto Quotidiano, 15 aprile 2011