Caro presidente Napolitano,

Il 25 marzo scorso Le scrissi una lettera aperta. Ponevo alcuni quesiti e chiedevo, secondo un senso comune diffuso ancora tra gli italiani perbene e preoccupati, che la più alta carica repubblicana – designata dai padri costituenti come il baluardo della legittimità costituzionale e democratica sul versante politico, essendo quello giuridico presidiato dalla Corte costituzionale – desse un segnale forte, chiaro inequivocabile alla maggioranza di governo e al presidente del Consiglio. Non riponevo alcuna fiducia in una risposta, sebbene in tanti, anche con post su questo blog, mi avessero rassicurato: «Sì, vedrai, una risposta comunque l’avrai; perché il presidente della Repubblica in ogni caso risponde».

Nell’incontro-scontro tra ottimismo della volontà e pessimismo della ragione, come avrebbe detto qualcuno, purtroppo ancora una volta ha avuto ragione il secondo, e così nessuna risposta da Lei è giunta (ma forse non aveva il mio indirizzo e-mail? Se lo desidera, il Suo staff può contattarmi tramite la redazione del Fatto). Nel frattempo però la gazzarra indecente è andata avanti con tutto quello che è successo in Parlamento; la politica di isolamento dell’Italia rispetto al quadro internazionale continua a procedere a gonfie vele – ma sì, usciamo persino dall’Ue!, ha proposto il ministro dell’interno (non l’uomo della strada); i comportamenti eversivi del presidente del Consiglio con quelle miserabili e volgari adunanze contro i magistrati dinanzi ai Palazzi di Giustizia si ripetono con parossismo e senza alcuna tregua.

Ma se ciò potrebbe essere a torto derubricato come il tipico “teatrino della politica italiana”, è in corso un fatto enorme: in queste ore il Parlamento è chiamato a discutere e a votare uno dei più gravi provvedimenti legislativi della storia della Repubblica per fermare procedimenti nei confronti dell’imputato Berlusconi con ricadute terrificanti sull’intero Paese, su un’idea di giustizia applicata da uno Stato secondo il principio di eguaglianza, per cui non ci può essere nessun miliardario, nessun potente, nessun padrone che possa sottrarsi al rispetto della legge e alle eventuali sanzioni per le violazioni. Se si approveranno quelle norme e si esporranno a rischio decine di migliaia di processi, accadrà che decine di migliaia di italiani non avranno giustizia.

Lei, presidente Napolitano, esterna continuamente e su tutto, non meno dei Suoi illustri predecessori, e tra questi lo storico presidente “picconatore”; mi permetta allora di esprimere il mio sconcerto per il Suo silenzio. Le do atto che circa un anno fa riuscì a fermare il cosiddetto processo breve. Oggi quel progetto è ulteriormente aggravato dalla prescrizione breve. Presidente Napolitano, dica qualcosa, non smentisca se stesso.

Il frastuono della politica italiana – quella somma indegna di urla, invettive, grida, comizi – che giunge così nelle nostre case è sovrastato dal Suo silenzio. Tuttavia, non Le chiedo di spiegare agli italiani le ragioni di tal silenzio, che sicuramente saranno gravi e ben meditate. No, Le chiedo altro. Poiché, secondo il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, «quella che vogliono farci passare come riforma della giustizia è una riforma allo scopo di intimidire, bloccare e minacciare i magistrati, soprattutto i pubblici ministeri», e poiché, sostiene Grasso, «la dizione di processo breve è impropria. È un modo per far morire il processo, piuttosto che per trovare le eventuali responsabilità dei colpevoli o l’eventuale assoluzione di innocenti», Le chiedo invece questo: per favore, risponda almeno a lui, al procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso. Se lui parla ed è allarmato più di me e di milioni di italiani una qualche ragione ci sarà, oppure si deve lasciar credere che il procuratore Grasso sia un incompetente o l’ultimo ingaggiato dai comunisti?

Con osservanza

Un italiano sempre più preoccupato (e indignato)