Ieri sera, mentre aspettavo il mio amico Toti, appena atterrato al Jfk, preparavo un minestrone (le temperature invernali lo richiedevano) e mi guardavo intorno: dopo una sola settimana dal trasloco, il quinto in quattro anni, nessuna scatola ancora in giro e tutto più o meno a posto, sebbene in maniera così provvisoria non essendoci altri mobili al di là del letto. Dorothy, il mio cane, distesa sul suo tappeto preferito, quello da dieci euro comprato al mercatino di Posillipo, a Napoli, che continuo a portarmi dietro per darle un po’ di serenità nei nostri continui spostamenti, dorme finalmente placida. Siamo a casa. In quella che stavolta sembra davvero una casa, in un palazzo che sembra davvero un palazzo, finanche con l’ascensore. Con le ossa ancora dolenti per l’enorme lavoro dei giorni scorsi, mi è venuto da chiedermi se tutto ciò valga davvero la pena, se tanta fatica abbia davvero un senso.

Allora, quasi inaspettatamente, da un angolo della mia testa, è riaffiorato un verbo che amavo molto quando, all’Istituto Orientale di Napoli, studiavo tedesco: streben. Quel verbo è associato alle meravigliose lezioni che il professore Luciano Zagari dava, in aule sempre troppo affollate, a studenti che lo ascoltavano incantati. Mi sembra ancora di sentirne la voce mentre ci spiega il senso di quel verbo che, tradotto, significa “il tendere a”, “l’ambire”, ” il muoversi in avanti verso un traguardo”. Da quei giorni, da quegli incanti di parole nelle aule di Palazzo Giusso, credo di aver impresso quel verbo sulla mia pelle come i miei tatuaggi. Streben. Ne amo persino il suono.

E, all’improvviso, non mi sono più preoccupata di non avere nemmeno un tavolo per mangiare o un cassetto extra da offrire a Toti per le sue cose. All’improvviso ho sentito una rinnovata certezza che quello fosse esattamente il posto dove dovevo stare e che potevo prendere fiato un attimo prima di continuare a tendere verso quel qualcosa che, a volte in maniera “sbrigativa”, chiamiamo felicità. E ho pensato che la vera felicità, per me almeno, stia proprio nell’essere riuscita a cogliere il suono magico di quel verbo e di non averlo smarrito mai.

Il mio inverno è stato molto difficile. A volte mi ha sopraffatto. Eppure è proprio in quella sofferenza che si è rafforzata la determinazione a ritrovare la mia strada verso la felicità.

Sono a New York. Qui dove vivo ora, un giorno, Edgar Allan Poe compose Il Corvo.  Ho una lista di obiettivi da raggiungere che si allunga sempre di più e mi sembrano sempre di più tutti possibili. Non avere un tavolo per cenare è solo un dettaglio insignificante.