Sono un musicista, suono il sassofono da ormai parecchi anni, e oltre a svolgere un’attività concertistica insegno musica, insieme a molti altri, alla Scuola Popolare di Musica Ivan Illich che si trova qui a Bologna nel quartiere Navile.

Io credo che la musica sia un elemento fondamentale per lo sviluppo culturale di ogni essere umano ed è evidente, ogni civiltà lo rivela, che sia un bisogno, seppur non primario, essenziale ad ognuno. Se l’uomo si caratterizza come essere sociale, la musica è attività sociale per eccellenza.

Se ciò è vero la musica dovrebbe essere appannaggio di tutti, come pratica attiva però, non solo vissuta, come adesso, passivamente dai più.

Non è necessario fare della musica il proprio lavoro per poter suonare; fruire attivamente della musica è possibile in miliardi di modi; si può voler iniziare a suonare avendo obbiettivi i più disparati.

La nostra società è basata su una divisione del lavoro sempre più particolarizzata, la divisione tra chi pensa e chi esegue è sempre più tragica, così come la divisione tra gli “attori” e la massa degli spettatori.

La marcia trionfale e rovinosa al tempo stesso del Capitale, ha prodotto tra le altre cose la distruzione di molte capacità umane tra cui anche – effetto collaterale? – distruzione di capacità musicali. C’è bisogno di ricostruirle, di reinventarne di nuove, di stimolare creatività, di allenare e sviluppare le menti.

La musica delle classi dominanti si è sviluppata con processi omologhi a quelli della generale divisione del lavoro: noi abbiamo compositori – più o meno di genio -, interpreti ed esecutori nella musica cosiddetta seria, ma anche nel cosiddetto mondo del pop le cose non vanno diversamente; si tratta infatti di musica costruita tramite processi di tipo industriale che presentano una divisione del lavoro anche molto più articolata; basti pensare al netto discrimine che passa tra popstar appunto e lavoratori del suono più o meno specializzati.

Accanto ai processi dominanti ve ne sono altri, sempre a rischio di venir fagocitati, che rappresentano delle alternativei: pratiche di composizione e improvvisazione collettiva, per esempio, sempre esistite storicamente ma sempre cangianti. Sono pratiche che presuppongono da una parte e sviluppano dall’altra una creatività collettiva e una socialità dalle forti potenzialità “democratiche”, perché tra compositore ed esecutore non vi è separazione netta, tutti possono essere l’uno e l’altro ed ognuno porta la responsabilità dei propri suoni all’interno del microcosmo collettivo che si crea sul momento.

Sono pratiche, tra le altre cose, utili a possibili linee di sviluppo di un insegnamento che sia rivolto a tutti, a partire dalle capacità di ognuno, che poggi solidamente sul “fare”, che consenta a tutti di sviluppare le proprie consapevolezze musicali, la capacità di ascolto di sé e degli altri e molte, molte altre cose ancora.