La chiamano la Pompei dei partigiani, ma il suo nome è Paralup. Un borgo alpino, tra la valle Stura e la Valle Grana, dove il 20 settembre 1943 salgono i primi combattenti antifascisti del Piemonte e, probabilmente, d’Italia. Sedici baite di pietra accolgono una dozzina di uomini guidati da Duccio Galimberti, militante di Giustizia e Libertà. Duccio è figlio di Tancredi, ministro delle Poste con Giolitti e poi senatore fascista. Nonostante la posizione del padre non scende a compromessi con il regime. Il 26 luglio 1943, dopo l’arresto di Mussolini, incita i cittadini di Cuneo a continuare la lotta: “La guerra continua fino alla cacciata dell’ultimo tedesco, fino alla scomparsa delle ultime vestigia del regime fascista”. Il 12 settembre 1943 non riesce a convincere il comando militare di Cuneo a fronteggiare l’esercito del Reich. Con dieci amici, allora, prende la via della montagna. Si costituisce, così, il primo nucleo della banda “Italia Libera” dalla quale nasceranno le brigate di Giustizia e Libertà.

Sono stato a Paralup con Francesco, animatore instancabile del presidio giovanile di Libera Cuneo, arrancando sulla neve delle Alpi (non è il mio habitat). Giunto a destinazione si sono parate di fronte ai miei occhi le minuscole abitazioni (ora in via di ristrutturazione) dove trovavano rifugio i partigiani azionisti. Da lassù si dominano le vallate e la pianura sottostanti. Un luogo ideale per scrutare le mosse dell’avversario e per individuare le vie di fuga in caso di attacco nemico.

Camminando faticosamente ad oltre 1300 metri d’altezza ho compreso che la Resistenza, ogni forma di resistenza, comporta sforzo fisico, concentrazione continua, impegno esemplare: sapere cosa fare, dove andare, come agire. Una concreta manifestazione del dovere come sacrificio. Ho compreso che ogni lotta contro i poteri totalitari, fascisti o mafiosi, merita lo sforzo, la concentrazione e l’impegno di ognuno di noi, quale testimonianza del dovere civile e morale formante il tessuto etico di questa giovane nazione.

Ho compreso quante similitudini ci sono tra quei giovani che scelsero la strada dell’antifascismo, a costo della vita, e le tante vittime innocenti falcidiate dalla protervia mafiosa. Uomini e donne a cui va riconosciuto il diritto di essere ricordati come patrioti.

Ho finalmente capito che è e sarà sempre più necessario mettere insieme il patrimonio di esperienza della lotta partigiana con quello dell’antimafia civile per raccontare un’altra Italia.

di Marcello Ravveduto, Strozzateci Tutti