Adesso il costo di un crac del Portogallo è noto. Lo ha stimato il presidente dell’Eurogruppo (il coordinamento dei Paesi che usano l’euro) Jean-Claude Junker: 75 miliardi di euro. Soldi che dovrebbero essere forniti dal fondo dell’Unione europea e dal Fondo monetario internazionale. Che la crisi per Lisbona ormai sia arrivata è chiaro. Più interessante la dinamica: l’economia portoghese ha forti squilibri, il fragile governo di José Socrates prova a rassicurare i mercati e a convincere gli investitori a continuare a comprare titoli di debito promettendo riforme draconiane per rimettere in sesto i conti. Le buone intenzioni c’erano, ma il Parlamento due giorni fa ha bocciato le riforme. E questo ha innescato la reazione a catena. Visto che i mercati temevano che Socrates non ce la facesse a risanare, hanno iniziato a pretendere rendimenti sempre più alti sulle obbligazioni governative (fino al 7,7 per cento per i titoli decennali, il 4,4 per cento più costosi degli omologhi tedeschi). Questo ha reso l’entità del risanamento sempre più elevata, quindi le possibilità che venisse approvato più modeste. Dopo la bocciatura, il Portogallo è praticamente costretto a chiedere aiuto all’Efsf, il fondo salva Stati provvisorio da 250 miliardi. Perchè? Perché gli investitori lo prevedono e, prevedendolo, chiedono rendimenti più alti sui titoli di Stato, visto che questo complica la situazione finanziaria del Paese e rende il risanamento più difficile le agenzie di rating iniziano a considerare le finanze di Lisbona di oggi ancora più fragili. E così ieri l’agenzia Fitch ha declassato da “A+” ad “A-” il giudizio sull’affidabilità del debito portoghese, specificando anche che potrebbe tagliarlo ulterioremente. Un modo per innescare quella che gli economisti chiamano “una profezia che si auto-avvera”.

L’unico segnale che poteva rassicurare i mercati non è arrivato: le modifiche dei trattati necessaria a trasformare il fondo provvisorio (Efsf) in un meccanismo permamente per salvare gli Stati (Esm) con oltre 700 miliardi di disponibilità sono slittate a giugno. Anche la ricapitalizzazione dell’Efsf da 250 a 440 miliardi è stata rinviata. Poco male, se a saltare fosse solo il Portogallo. Ma anche la Spagna è sempre più a rischio ed è questo che preoccupa di più i capi di Stato e di governo che si sono riuniti ieri a Bruxelles per il vertice del Consiglio europeo: un suo salvataggio costerebbe minimo 100 miliardi. Ma nessuno può prevedere l’effetto valanga che un doppio crac di Madrid e Lisbona potrebbe provocare.

Il Fatto Quotidiano, 25 marzo 2011