Dicono “parlate sempre male del pd”. E quasi vengono i sensi di colpa. O comunque qualche dubbio. Davvero sono attacchi gratuiti? Il partito voluto e fondato da Walter Veltroni ha oggi meriti politici? Sta registrando risultati che magari sfuggono alle cronache dei giornali? Il dubbio si fa strada. Così ci pensi. E cerchi qualcosa di positivo nel partito democratico. Segui con maggiore attenzione gli interventi pubblici. Provi a stupirti del Pier Luigi Bersani apparso alle telecamere che sì, non era fortemente e visibilmente indignato, non avrà inveito contro il re di Arcore né scelto una battaglia specifica (e la scelta sarebbe imbarazzante) ma quel sopracciglio aggrottato era proprio grintoso, va detto.

O Rosy Bindi che comunque è sempre puntuale e precisa. Già, fu lei a rispondere a tono e con fermezza al premier sulle donne a sua disposizione. C’è anche Dario Franceschini, che in aula sembra controllare tutti e guidare i parlamentari del gruppo come un condottiero. E Fassino? Sì, durante i comizi non mostra la verve di un leader battagliero, ma è convincente quando sostiene pubblicamente il candidato sindaco di Torino. Al Senato c’è Anna Finocchiaro, una dei 45 costituenti del partito, ex ministro nel governo Prodi. Una donna di quelle toste, indicata da molti nel Pd come l’erede naturale di Nilde Iotti. Nel Pdl se la sognano una quota rosa così, ce ne vogliono dieci di Prestigiacomo per fare una Finocchiaro.

Insomma, a guardare con attenzione in effetti nel Pd c’è parecchio fermento. Per dire, la battaglia per l’election day l’hanno spiegata proprio bene. Finalmente l’opposizione sembra compatta. La diretta del voto ti sorprende a fare il tifo. Perché, oltre al notevole risparmio per le devastate casse italiane (non ci sono i soldi per il carburante delle forze dell’ordine né per i servizi di base nelle scuole pubbliche, per citarne due), l’accorpare alle elezioni i referendum (nucleare e legittimo impedimento) significa garantire il quorum. Quel 50 per cento più uno che riconosce la validità al risultato referendario. Il Pd se la sta giocando proprio bene. Poi tra i banchi del Pdl ci sono parecchie assenze. Certo anche nel Partito di Bersani qualche banco è vuoto, ma sicuramente i deputati democratici sono sul territorio, a riprendersi le piazze. E poi tanto i responsabili, contrariati dal non aver ancora ricevuto le poltrone promesse loro da Berlusconi in cambio della fiducia il 14 dicembre, preferiscono lamentarsi e parlottare tra loro alla bouvette piuttosto che votare in aula.

Sembra la giornata perfetta per battere la maggioranza. Il “nemico” è distratto, perso in lotte interne nel Pdl, con Claudio Scajola che reclama ruoli nel partito e minaccia di creare nuovi gruppi parlamentari, il Cavaliere impegnato con i fidi deputati legali a riempire le caselle del calendario per evitare le aule di tribunale (lunedì non si presenterà a Milano, ha cambiato idea: purtroppo ha dovuto convocare un Consiglio dei ministri all’ultimo momento) gli alleati della Lega che sull’Unità d’Italia perdono la faccia tra le valli padane.

E’ la giornata perfetta. Lo slogan di Veltroni sembra avverarsi, quel “Si può fare” in cui tanti hanno creduto sembra finalmente realizzarsi. In aula cominciano le votazioni. I deputati chiamati uno a uno sfilano sotto il banco della presidenza. L’opposizione, annuncia Franceschini sicuro, è compatta. Alla fine contrari all’election day sono 276 parlamentari contro 275. Per un solo voto. Peccato. Ma il Pd, pensi, se l’è giocata proprio bene. Bravo Pd. Va detto. Poi guardi per bene chi ha votato contro l’accorpamento, e trovi Marco Beltrandi, un radicale eletto nelle file del Pd. Lo stesso che fece saltare tutti i talk show politici della Rai, costringendo persino Bruno Vespa ad andare insieme a Michele Santoro in piazza a Raiperunanotte. Quel Beltrandi? Sì. Eletto nel Pd? Sì. E allora capisci perché quel “si può fare” è destinato a essere seguito a vita da un “ma anche no” (Maurizio Crozza veggente). Ché tra poco nessuno parlerà più del Pd, parlarne male sarà un bel ricordo.

Ps: Sul voto di Beltrandi ciascuno ha dato la propria giustificazione. Pannella ha difeso uno dei suoi pupilli sostenendo che se fosse stato assente sarebbe comunque andata così, mentre altri hanno sostenuto che il problema sono state le troppe assenze nei banchi dell’opposizione. Sia come sia questa volta i numeri c’erano e Beltrandi è stato determinante. Punto.