L’ultimo filo che lega l’Emilia Romagna alla criminalità organizzata ha un nome: Vincenzo Barbieri. Aveva 54 anni. E’ stato freddato a San Calogero (Vibo Valentia) a colpi di bazooka e 7.65. Se i suoi killer non l’avessero ammazzato nel tardo pomeriggio davanti a una tabaccheria, nel giro di qualche giorno sarebbe tornato a Bologna, dove abitava in un attico in via Saffi. E qui, probabilmente, avrebbe proseguito con le sua attività. Armi e narcotraffico, ciò che gli investigatori presumevano gestisse. Attività per le quali era stato arrestato nel capoluogo emiliano a giugno del 2009 e che lo avevano fatto entrare nelle relazioni semestrali della Direzione Investigativa Antimafia perché ritenuto un uomo dei clan calabresi a Bologna.

Originario di Limbadi, che in termini ‘ndranghestistici significa clan Mancuso, scorrendo le relazioni semestrali della Dia ci si accorge che non è il solo. A fargli compagnia ci sono anche le generalità di Carmelo Bellocco, nato a Gioia Tauro e trapiantato a Granarolo dell’Emilia facendo registrare qui dunque un insediamento legato alla cosca di Rosarno. L’attenzione su di lui si era concentrata a partire dal 2009, quando la squadra mobile di Bologna e quella di Reggio Calabria avevano arrestato diciassette persone, tra cui lui e alcuni suoi familiari, per associazione mafiosa e trasferimento fraudolento di valori.

Ed ecco allora che i cognomi Barbieri e Bellocco potrebbero essere due punti di partenza per un viaggio dentro una città e una regione che sempre più sembrano essere terra di approdo per la mafia calabrese e per la camorra, oltre a qualche propaggine della criminalità lucano-pugliese per lo più dedita al traffico di droga. Le prime due organizzazioni – racconta la più recente delle relazioni della Dia, ribadendo quanto già segnalato in precedenza – si sarebbero invece addentrate anche in altri settori, come appalti pubblici (da tenere d’occhio le aziende aggiudicatrici di subappalti, si avverte), edilizia privata e ristorazione. E al pari si sarebbero prese aree del territorio, tanto nei centri storici emiliano-romagnoli, vie limitrofe alle Due Torri bolognesi comprese, quanto nelle periferie.

La ‘ndrangheta in regione

Le analisi della Dia parlano chiaro. Lungo la via Emilia, da Bologna a Parma passando per Modena e Reggio (ma «con progressivo coinvolgimento delle province restanti», si aggiunge) la mappa delle cosche calabresi comprende i cutresi di Grande Aracri e le ‘ndrine Strangio, Nirta e Barbaro (un loro affiliato è stato arrestato con oltre due chili di droga in un’operazione a cui hanno partecipato carabinieri e polizia all’interno del centro agroalimentare del capoluogo).

Rimini invece sembra essere stata insediata dai crotonesi che controllano le bische clandestine, il racket delle estorsioni e il traffico degli stupefacenti raccordandosi con le cosche Vrenna (Crotone) e Pompeo (Isola Capo Rizzuto). A Ferrara ci sarebbe poi la ‘ndrina Farao-Marincola (Cirò), a Forlì i Forastefano (Cassano allo Jonio) mentre a Piacenza è stata rilevata la presenza dei reggini Vadalà-Scrivia (Bova Marina), a loro volta in collegamento con i referenti “milanesi” dei Pelle-Vottari e dei Coco-Trovato, legati ai cartelli colombiani.

«La ‘ndrangheta di Emilia Romagna ha confermato il suo assetto e la sua presenza sul territorio», scrivono ancora gli investigatori della Dia. Tanto che le recenti cronache non hanno mancato di rilevare un fatto: professionisti locali hanno iniziato a essere chiamati direttamente in causa dalle indagini giudiziarie. Se a fine febbraio è accaduto a un avvocato modenese che si presume essere punto di contatto con un altro tipo di organizzazione (il clan dei casalesi), precedenti indagini su Bologna hanno evidenziato propaggini dei gruppi di San Luca che gestivano smercio di stupefacenti e attività commerciali. Inoltre nell’operazione Zaleuco, tra i dieci indagati a livello nazionale, c’era anche un imprenditore bolognese, accusato di associazione mafiosa perché avrebbe pagato gli avvocati del clan Pelle-Vottari. Sempre con questo gruppo erano infine in collegamento alcuni esponenti dei Mammoliti stabilmente residenti a Bologna e dediti in particolare al reinvestimento dei proventi illeciti in ristorazione ed esercizi pubblici.

La camorra qui è quella dei casalesi

Lo si è già accennato prima: faceva l’avvocato, era incensurato e a fine febbraio è finito in manette durante l’operazione Pressing II (prosecuzione di una precedente indagine) della polizia di Modena e dello Sco (Servizio centrale operativo) perché considerato coinvolto in un giro di estorsioni gestite dal clan campano dei casalesi. In tema di camorra, dunque, appare confermata l’affermazione della Dia in base alla quale esistono «sodalizi continui a gruppi criminali nei settori economico-imprenditoriali e traffico di stupefacenti».

Insediatisi sulla scia di coloro inviati in soggiorno obbligato tra Modena, Reggio e Parma, la presenza di questa organizzazione è stata rilevata anche a Bologna, Ferrara e Rimini e sembra aver esteso il suo “giro d’affari”, soprattutto per quanto riguarda i taglieggiamenti agli imprenditori locali. Inequivocabile a questo proposito è la frase sempre targata Dia in base alla quale «le investigazioni realizzate […] segnalano l’anomalia di una presenza elevatissima di imprese campane».

Del resto, si deve pensare che il figlio di Francesco Schiavone, detto Sandokan, è stato arrestato nel 2009 a Rimini e che, come si ricorderà (la notizia suscitò un certo clamore), alla fine di agosto dello stesso anno venne presa quasi d’assalto la caserma dei carabinieri di Sant’Agata Bolognese dopo il fermo del nipote di un boss di Casal di Principe. A Reggio, inoltre, è stata accertata la presenza di uomini di Bidognetti mentre a Cento (Ferrara) ci si è concentrati sui Mallardo e sui loro investimenti in zone di valore dal punto di vista paesaggistico e ambientale. Il gioco d’azzardo e le bische poi le si ritrova nel modenese.

A commento di questa situazione, la Dia parla dunque di un «alto livello di capacità criminale» in grado di tessere relazioni oltre confine arrivando in America Centrale, Gran Bretagna, Spagna, Germania, Paesi Bassi ed Est europeo. E a proposito di Est europeo, la sua manovalanza è stata utilizzata in loco, come accertato dalle operazioni Pressing e San Cipriano, sempre dai casalesi per gestire il racket delle estorsioni affidando a cittadini stranieri le azioni più violente.

Infine ci sarebbe poi il discorso delle organizzazioni criminali straniere, che controllano «in modo preoccupante» il territorio, ha detto il procuratore capo di Bologna Roberto Alfonso durante la conferenza stampa di un paio di giorni fa in cui si dava conto dell’operazione Non plus ultra condotta dalla squadra mobile del capoluogo. Operazione che, iniziata nel 2007, ha messo in luce l’esistenza di una realtà che trafficava in eroina e cocaina a livello internazionale, da Olanda e Albania e verso la Svizzera con addentellati in Belgio e Turchia.

di Antonella Beccaria