Ora, come le quote rosa, arrivano corsi che impongono sotto la maschera della formazione l’applicazione di leggi che ci sono, ma in pochi utilizzano. Per esempio, quello organizzato da Ledha per insegnare agli avvocati come tutelare i diritti dei disabili. La domanda che mi pongo è: se da un lato è giusto garantire il rispetto dei diritti di tutti i cittadini, inclusi quelli disabili, dall’altro quanto siamo lontani dal rispetto naturale di regole civili?

Da dove nasce la discriminazione? A mio parere nasce dalla inadeguatezza di chi non conosce e non ha voglia di conoscere. Ma allora non dovremmo sollecitare quella sete di conoscenza morale e civile che è sempre più latente fin dai primi banchi della scuola dell’infanzia? La divisione delle normative tra pubblico e privato (basti leggere le differenze previste dalla legge sull’abbattimento delle barriere tra edifici pubblici e privati) non discrimina legalmente la differenza istigando la tolleranza e non l’inclusione? Un cittadino sano entra ovunque seguendo regole civili. Un cittadino disabile non ancora.

Ora, il corso rappresenta sicuramente un’opportunità, ma non dovrebbe essere attuato ovunque ci siano avvocati abilitati all’esercizio della professione? Perché tante differenze? E’ un po’ come le quote rosa, imposte finché l’abitudine alla regola non prenda il sopravvento. Resto interdetta dinanzi a certe iniziative. Quando dovrò rivolgermi ad un avvocato, non potrò dare per scontato che sia in grado di gestire una causa di qualsiasi tipo se dovrà difendere un disabile.