Marchionne oggi farà un salto a Palazzo Chigi per incontrare il suo novello portavoce Sacconi e qualche altro membro del governo. Non si sa quale sia l’agenda, ma pare che Sacconi reclami almeno un obolo (in forma di abiura sull’intenzione di traslocare a Detroit) per il sostegno sui referenda di Pomigliano e Mirafiori. Dubito che Marchionne mostrerà propensione alla gratitudine, al massimo, se è di buon umore, rabbonirà gli astanti con qualche vaga promessa (destinata ad essere gonfiata a dismisura dai coriferi in livrea mediatica).

Eppure ci sarebbe di che incalzare il governo perché la voglia di America ai piani alti del Lingotto e l’affievolimento dei diritti ai piani bassi, sono alimentati dal tonfo di competitività del sistema Italia. Il Pil dipende da tre elementi: il capitale fisico (macchinari, capannoni, autoveicoli), capitale umano (livello di istruzione, conoscenze tecniche, capacità manageriali, doti organizzative, abilità linguistiche) e una componente colloquialmente chiamata “sistema paese” (in gergo economico è la produttività totale dei fattori). Essa include l’amministrazione pubblica, la giustizia civile e penale, il sistema fiscale, le infrastrutture viarie, le reti, la ricerca avanzata, la tutela della proprietà privata, il sistema di relazioni industriali, la stabilità politica. Potrei continuare, ma credo di aver reso l’idea. Questi elementi immateriali sono il lievito degli sforzi individuali e la leva che permette alle singole imprese di essere competitive a livello globale.

La globalizzazione non implica che i lavoratori italiani sono in competizione con quelli cinesi o serbi, ma piuttosto che il sistema Italia nel suo insieme è in competizione con quello cinese o serbo. E tale competizione non si gioca su un solo elemento (i salari, come molti sono indotti a pensare e a temere) ma su tutti e tre contemporaneamente: la produttività dei lavoratori dipende dalla dotazione di capitale; l’efficiente uso dei macchinari dipende dalle capacità dei lavoratori e dalle capacità  manageriali. E il tutto, ripeto, dipende dall’efficienza della macchina dello Stato, le comunicazioni, il sistema finanziario, la giustizia, il fisco, il peso internazionale.

Se lo Stato ha grippato e il governo ha sede all’Olgettina, le conseguenze si ripercuotono inevitabilmente sugli imprenditori (in termini di spese e di aggravi vari), sui lavoratori (in termini di salari, di diritti e di ambiente). Quindi visto che la Fiat giura di voler fare la sua parte con maggiori investimenti (di cui per il momento si è concretizzato poco, rispetto a quanto propagandato), i lavoratori hanno già fatto la loro (con il referendum), Marchionne dovrebbe sfoderare la sua celebrata tempra anche con Berlusconi e chiedergli conto di cosa intende fare il governo, a parte patetiche modifiche della Costituzione e riciclaggio di programmi mai realizzati. Insomma, sul tavolo di Palazzo Chigi, Marchionne, per coerenza, dovrebbe sbattere con forza il dossier delle riforme strutturali e delle infrastrutture che questo governo debosciato (non solo nelle ore notturne) non sembra in grado nemmeno di concepire. Scosse e frustate andrebbero inferte prima di tutto alla ciurma inebetita dei ministri economici e al loro nocchiero, il quale nella recente lettera al Corriere paventa “la botta secca”, ma in compenso, a giudicare dal tempo che vi dedica, non disdegna le bottarelle.