“Gli esponenti dell’Udc devono uscire da tutte le giunte che governiamo noi”.

È dura da ammettere, nel farlo mi beccherò un sacco di insulti, ma su questo passaggio Berlusconi ha totalmente ragione.

Lui ha utilizzato ragioni di ordine personale (“Ho tollerato ogni tipo di attacco politico ma ora gli attacchi sul piano personale e privato non posso davvero sopportarli più”), ma nel fare questa affermazione è andato a toccare un tasto che in realtà dovrebbe essere uno dei capisaldi della coerenza politica.

Io non ho mai capito come si faccia a picchiarsi a livello nazionale e a governare insieme a livello locale come se niente fosse.

Lo so che le campagne elettorali locali hanno altre dinamiche, che la sinistra certe volte si allea con la destra, che le coalizioni cambiano in corsa, che i candidati ai consigli comunali, provinciali e regionali cambiano lista di volta in volta sulla base del potenziale elettorale (e dunque sulla base della possibilità di essere eletti) e nonostante veda questo spettacolo, sempre uguale, a ogni tornata, mi ostino a non cedere alla realpolitik. Mi piacerebbe che il quadro nazionale fosse un indicatore chiaro di ciò che deve succedere in tutta Italia, in tutti i contesti, a tutte le altitudini.

E invece così non succede quasi mai. Specie in caso di ballottaggio: la paura di perdere porta a compromessi inaccettabili da parte dei candidati.

Non è infrequente trovare i teorici delle rinnovabili con i nuclearisti, gli ambientalisti coi palazzinari, gli statalisti con i mercatisti, i laicisti con i teo-dem, chi vuole estendere i diritti civili e individuali insieme a chi farebbe le barricate per impedirlo.

E così i leader nazionali, politiche a parte, sono solo dei portavoce di partito, non dettano la linea, non fanno “egemonia”, non prendono una parte. E questo secondo me è molto più grave se ciò accade all’interno dell’area politica della sinistra, vista la cultura che ha cementato la storia della parola ‘sinistra’.

Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

Era Antonio Gramsci, le cui parole spesso ci servono per farci belli e per farci sentire migliori degli elettori di Berlusconi (che però ha preso parte sull’argomento), ma che pesano come macigni e sono molto dure da rispettare fedelmente.

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