Il punto non è sapere di chi sia la colpa, perché ognuno ha il proprio colpevole e un carico di responsabilità da addossargli (per la cronaca, la maggioranza dei tifosi se la prende con l’allenatore Gigi Delneri). Il punto non è nemmeno sapere se è una questione di soldi, perché è chiaro a tutti che lo è, ma bisogna pure sapere che in due stagioni la dirigenza ha investito oltre 100 milioni di euro, rientrando di meno della metà (per la cronaca, i più intransigenti accusano John Elkann di tenere chiusa la cassa ai bisogni del cugino Andrea).

Il punto non è neppure stabilire quali siano stati gli errori più grossi, perché prima li ha fatti Blanc (quand’era uno e trino) e adesso li sta facendo Andrea Agnelli (per la cronaca, è presidente da otto mesi, però la necessità di avallare le scelte altrui, Marotta e Delneri per intenderci, non gli sta giovando).
Il punto, infine, è che dall’estesissima Piazza Italia, dove soggiorna in servizio permanente effettivo almeno uno juventino di provata fede, non c’è più nessuno che sappia a chi votarsi: questa non è più la Juve, ma la squadra di Fantozzi.
Una roba da ridere se non ci fosse da piangere. Perché si può scherzare su tutto (Santi e sicofanti), ma non sul calcio e su Centofanti, dal nome di un non proverbiale terzino di quando l’Inter sembrava la Juve di adesso.

Com’è la Juve di adesso? Una Juve che da tre stagioni va in crisi tra gennaio e febbraio e sempre in coincidenza con l’eliminazione dalla Coppa Italia. Claudio Ranieri, il solo in grado di centrare l’accesso alla Champions League senza affanni, incrinò i rapporti interni proprio facendosi eliminare dalla Lazio in casa. Ciro Ferrara venne esonerato esattamente un anno fa (era il 29 gennaio) guardacaso dopo la sconfitta nei quarti con l’Inter. Giovedì sera, alla fine, hanno fischiato anche i tifosi che, al contrario, avevano chiamato i calciatori della Juve sotto la curva nonostante la sconfitta interna con il Palermo (era appena la quarta giornata). Segnale chiaro: alla Coppa Italia ci credevano e ci tenevano tutti, e non da oggi. Cosa significa? Che alla Juve l’ultimo degli obiettivi stagionali è diventato il primo, forse l’unico.

Appena dieci anni fa sarebbe stato un simpatico diversivo, oggi è uno snodo cruciale. C’è, dunque, una percezione vasta e diffusa del ridimensionamento della Juve. Non solo: c’è addirittura l’accettazione del ruolo gregario della società più vincente d’Italia, quasi che, consciamente o meno, ci si allinei alla nefasta previsione che il grifagno Blanc pronunciò nel pieno di Calciopoli: “Ci vorranno almeno cinque anni per tornare a vincere”.

D’accordo per gli scudetti, ma almeno la Coppa Italia. Invece no, neanche quella. È a questo punto del ragionamento, più psicologico che progettuale, che si collocano due stagioni di scelte mediocri non più tollerabili. Primo, perché non si può continuare a sbagliare. Secondo, perché dal prossimo campionato la Juve disporrà di uno stadio di proprietà che dovrebbe cambiarne i connotati economico-finanziari. Tuttavia a nessuno sfuggirà che per portare la gente in uno stadio di quarantamila posti e farne un punto di aggregazione liliale e filiale (il tabù retorico del calcio italiano che vuole conquistare famiglie e bambini, ma nel frattempo accetta la repressione commerciale della tessera del tifoso) bisogna costruire motivi di richiamo non riconducibili solo alla suggestione. Servono una squadra finalmente competitiva, i soldi per allestirla, la competenza per scegliere gli interpreti. Da Calciopoli in avanti, al vertice della Juve si sono alternati, sotto varie forme e con diverse responsabilità, Giovanni Cobolli Gigli assieme a Blanc; poi Blanc da solo (e, in verità, la partecipazione più diretta di John Elkann), da giugno scorso comanda, come invocava il popolo, Andrea Agnelli, ma con il portafoglio della Exor, la finanziaria di famiglia. Molti hanno detto che Agnelli si farebbe consigliare da Antonio Giraudo e da Luciano Moggi.

Dai risultati e, se vogliamo, pure dagli arbitraggi, non si direbbe proprio. Al di là delle malignità, cui personalmente non credo per rispetto all’autonomia del giovane presidente, in effetti non c’è traccia del vecchio triumvirato (Bettega è stato liquidato proprio da Andrea) negli acquisti delle ultime due stagioni. Né Moggi, né Girando avrebbe sborsato 50 milioni di euro per l’insana coppia Diego & Melo, il primo svenduto quest’anno (minusvalenza a bilancio), l’altro in cerca di un rilancio sempre interrotto da almeno un quarto d’ora di follia. Casomai, quei due o quei tre, avrebbero ceduto Buffon al Manchester City quando gli inglesi avevano offerto 70 milioni di euro (era il 2008). E poi sarebbe bastato fare un mercato estivo normale per evitare di buttare 12 milioni per Martinez o 15 per Bonucci (è bravo, però non li vale ancora). La stessa cifra destinata all’acquisto di Krasic (15 milioni) sembra eccessiva in rapporto alle attuali, letargiche prestazioni del serbo. E troppi sono stati anche i dieci milioni di valutazione di Simone Pepe o i 16 fissati per il riscatto della scommessa-Aquilani.

Poca qualità, si dice. Ed è vero. Ma ancora meno idee e uomini per tradurre in manovra e organizzazione il 4-4-2 di Delneri, bisognoso di esterni bassi che la Juve non ha dietro (De Ceglie è lungodegente, Grosso non doveva nemmeno essere in rosa, Motta e Grygera sono modesti, Sorensen è giovane e poi è un centrale, Traoré e Rinaudo sono sempre infortunati) e neanche a centrocampo, perché Pepe e Krasic prendono poche volte il fondo per il cross.

Così, fuori ruolo, gioca spesso Marchisio, in piena crisi di identità tattica. Sullo sfondo di questo simulacro di Juve, si staglia, icastico, Fabio Capello. Per scongiurare il replay dello scorso anno e salvare la faccia (almeno il quarto posto), oggi parleranno Agnelli e Marotta. Si ipotizzano scenari di mercato da ultimo minuto: potrebbero arrivare Matri dal Cagliari (se ne va l’inutile Amauri al Genoa) e/o Nagatomo, terzino, dal Cesena. Paradossale, ma vero: per fortuna che c’è Del Piero, icona e coscienza, altrimenti il buio sarebbe ancora più fitto.

Dal Fatto Quotidiano del 29 01 2011