Per la riesumazione politica, Veltroni ha scelto lo stesso luogo dove lanciò la sua OPA sulla leadership del centrosinistra conclusasi con una serie di sconfitte elettorali sempre più umilianti e l’abbandono per disperazione (sua e dei militanti) della Segreteria (conquistata peraltro con elezioni farsa impropriamente definite “primarie” per confondere i gonzi con un po’ di americanismo da Garbatella).

Rispetto a tre anni fa possiamo registrare un’evoluzione del giovane Walter: ha deciso di profferire il nome di Berlusconi addirittura con toni critici: “Un uomo di governo che minaccia i giudici che lo indagano: sono le agghiaccianti parole pronunciate da Berlusconi nell’ultimo suo messaggio televisivo”. Pensate un po’: Walter si agghiaccia! E raccoglie persino il plauso di Scalfari nel consueto sermoncino domenicale dove comunica ai fedeli lettori lo scoop che il Pd si è ridestato. Deve essere proprio vero se anche Curzio Maltese sulla stessa pagina intona un peana alla “Voglia di leadership” del Veltroni redivivo, sviolinando che “si ricandida alla guida del Pd e del centrosinistra in crisi di consensi”. Da parte mia, pur non potendo mai arrivare ad eguagliare la finezza e l’acume politico degli editorialisti di Repubblica, non avevo mai dubitato che Walter avesse voglia di leadership. Anzi non solo lui. Nel Pd si è creato un assembramento di aspiranti leader che smaniano per un pezzo di potere soprattutto ora che sembra levarsi odore di carogna dal quartier generale del PdL e si concretizza la prospettiva di ancorare il fondo schiena ad una poltrona di prestigio.

Per questo è un vero peccato per la credibilità politica che quando Walter (ed il Pd) sarebbe dovuto essere desto, cioé quando fronteggió Berlusconi nelle elezioni politiche, il ghiaccio che oggi lo ricopre all’udire le minacce del Premier, fosse pateticamente sciolto, nonostante Berlusconi le minacce ai giudici le formulasse continuamente anche allora. Infatti con l’astuzia politica e la lucidità che lo contraddistinguono, il nostro Walter (e tutti i caporioni che anche ieri l’hanno ossequiato al Lingotto) asserivano che l’antiberlusconismo non paga.

Ma senza voler rivangare un passato fallimentare e senza voler chiedere come mai l’impegno a scomparire dalla scena politica si sia liquefatto (destinazione Africa paventavano le truppe residue abituate al foraggio dalla greppia capitolina negli anni d’oro) c’è una domanda che mi ronza in testa alla vista dei plaudentes lingottiani. Posta in termini brutali, mi piacerebbe sapere chi ha tirato fuori i soldi per pagare per questa kermesse veltroniana.

Per l’auditorium immagino ci sarà da pagare un affitto giornaliero, ma se fosse stato concesso a titolo gratuito vorrei chiedere come si fa ad usufruire della medesima agevolazione. E poi saranno stati stampati degli inviti, forse qualche hostess avrà accolto il pubblico, i cartelloni, i maxischermi e gli sfondi presumo non siano gratuiti. Insomma quanto è costato l’evento? Ha pagato Veltroni di tasca sua? La sua nuova corrente gode di finanziamenti esterni? Oppure il conto è stato inviato al Partito democratico? E in questo caso chi ha deciso che i soldi del partito andassero utilizzati a beneficio delle personali ambizioni di Veltroni e non, ad esempio, per iniziative dei militanti “sul territorio” come cianciano da tanto tempo i maggiorenti? A proposito ve le ricordate le campane che Bersani voleva far suonare contro il governo in settembre? Voi le avete mai sentite?

Non si tratta di semplice curiosità: chi si presenta a cariche pubbliche deve essere in grado di spiegare l’origine dei soldi che utilizza e gestisce. L’opinione pubblica non può essere all’oscuro di chi tira i fili dietro le quinte. E la regola non si applica solo a Veltroni. Dal Lingotto qualche giorno fa anche Fassino ha lanciato la sua campagna per la candidatura a Sindaco di Torino. In questo caso è ancora più pressante sapere da dove vengono i soldi perché se vengono dalle casse del Pd ne consegue  che le primarie sono truccate, visto che non tutti i candidati sarebbero sullo stesso piano quanto a risorse. Se sono dei benefattori a pagare il conto, invece ne va rivelata l’identità e l’ammontare. Altrimenti si ingenerano dei sospetti fastidiosi. Fassino (e Chiamparino che lo sostiene nella corsa alla sua successione) poco prima dell’evento hanno espresso pubblico supporto a Marchionne e alla Fiat nel referendum sul contratto di Mirafiori. Senza voler entrare nel merito della questione (perfettamente legittimo per Fassino esprimere le proprie idee sul tema), sarebbe opportuno dire all’opinione pubblica se la sala del Lingotto è stata pagata fino all’ultimo centesimo oppure no. Almeno i militanti e gli elettori che prenderanno parte alle primarie potranno inquadrare le posizioni politiche dei candidati nel giusto contesto.

Trasparenza impone di far sapere chi sono i supporter dei candidati illustri alle cui iniziative accorrono i media nazionali e le televisioni, incluse quelle del capo del governo. E se un domani una giunta nominata da Fassino dovesse prendere eventualmente decisioni che favoriscono i proprietari del Lingotto, nessuno potrebbe maliziosamente suggerire che l’affitto dell’Auditorium c’entri qualcosa. Perché si fa presto a dire primarie e riempirsi la bocca di parole magniloquenti. Le primarie sono uno strumento di democrazia solo se regolate in modo chiaro e verificabile. Altrimenti diventano primarie ad personam come quelle che elessero Veltroni. In America i candidati alle cariche pubbliche sono soggetti a vincoli stringenti e a controlli pervasivi sulla provenienza dei soldi e su quanti ne vengono spesi per la campagna elettorale. E le strutture ufficiali mantengono una neutralità abbastanza rigorosa. Perché l’America, con tutti i difetti, è un paese dove alligna una certa allergia alle competizioni truccate.

Per finire, ci sarebbe un’ultima piccola curiosità. Cosa ne pensa Fassino delle vicenda giudiziaria relativa al caso di corruzione denunciato da Rapahel Rossi e di cui scrive su questo sito? Condivide l’atteggiamento fin qui adottato da Chiamparino? Tanto tempo fa un Sindaco di Torino, Diego Novelli, si presentò dai magistrati per denunciare un caso di corruzione di cui era venuto a conoscenza. Troppo tempo fa.