Nel silenzio cosmico dei sempre informatissimi commentatori dei principali mezzi di comunicazione di massa di questo sfortunato paese, a parte le solite sparute eccezioni che non  mollano mai, la dottoressa bresciana, abilitata avvocato a Reggio Calabria, diventata ministro dell’Istruzione per ovvie qualità, sta mettendo mano all’ultima lettera del suo Ministero  (Miur): dopo essersi occupata d’istruzione e poi d’università, è ora passata alla ricerca. Ovvero, con rapida efficienza si appresta a “riorganizzare” gli enti di ricerca ed in particolare il principale, il Consiglio Nazionale delle Ricerche, che intende riformare per introdurre finalmente il merito e la valutazione, per aumentarne l’efficienza, e magari per porre anche in questo caso la parola fine al falso egualitarismo del sessantotto.

Il Cnr è un ente generalista, ovvero si occupa di tante diverse discipline scientifiche. Nella classifica Scimago, che registra la performance delle istituzioni scientifiche di tutto il mondo. il Cnr si trova alla 23esima posizione con 31 mila articoli (per fare un confronto, il CNRS francese, che ha 4 volte i dipendenti, si trova nella seconda posizione con 125 mila articoli). Chiunque abbia avuto a che fare con il Cnr sa bene quali siano i suoi difetti, ma sa anche che c’è una parte del personale di alto livello  internazionale che riesce raddoppiare le risorse ministeriali attraverso la partecipazione a bandi nazionali ed internazionali. Come nel caso dell’università il principio dovrebbe essere quello di capire quali siano le criticità ed intervenire per migliorare la situazione.  Come nell’università, un problema importante dovrebbe essere quello di dare spazio ed autonomia alle generazioni più giovani. Ma, come nell’università, questo è l’ultimo dei problemi del legislatore.

Durante il governo Prodi, partendo dal presupposto che il presidente del Cnr  dovesse anche essere uno scienziato di alto profilo, l’allora ministro Mussi affidò la selezione ad un comitato di scienziati italiani e stranieri che gli propose una rosa di tre nomi. I criteri per la scelta del presidente erano quelli dell’assoluta eccellenza scientifica, attestata internazionalmente, e della provata capacità manageriale nell’ambito di enti di ricerca italiani e internazionali. Da questa lista, in cui comparivano solo scienziati di primo piano, il ministro Mussi scelse nel 2008 il fisico Luciano Maiani, già presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare  e del Cern.  Notiamo che nulla del genere accadeva nel passato, quando i presidenti degli enti di ricerca  erano scelti dal ministro in base ad altre logiche, che hanno portato a casi paradossali come quello del prof. Pistella, nominato dal ministro Moratti senza aver mai condotto attività scientifiche di una certa consistenza, anzi, gonfiando il cv con un falso numero di pubblicazioni. Il caso Pistella ha avuto l’attenzione di riviste internazionali del calibro di Nature e Science.

Dunque, nel nuovo statuto che si appresta ad essere approvato a breve dal Consiglio di Amministrazione del Cnr, viene dato un ruolo determinante al Direttore Generale (Dg), svuotando di fatto il ruolo del presidente. Il Dg viene nominato direttamente dal ministro e vengono previsti dei ruoli che non si limitano alla gestione delle risorse, ma che invadono la sfera scientifica. Ad esempio, il Dg ha voce nella determinazione dei direttori di Dipartimento (il Cnr è diviso in 11 dipartimenti tematici) ma anche nel conferimento degli incarichi dei direttori di Istituto (ogni dipartimento è diviso in istituti). Dunque il Dg impartisce istruzioni ed indirizzi operativi a tutte le strutture dell’ente. Il risultato è duplice: da una parte si limita l’autonomia dell’ente, in una legge che ne dovrebbe prevedere l’autonomia statutaria, e dall’altra il Dg, diretta emanazione del ministro, può influenzare in maniera diretta ed esplicita la ricerca.  Inoltre viene eliminato dal Consiglio di Amministrazione il rappresentante della comunità scientifica.

La questione di fondo che andrebbe discussa in dettaglio è il motore delle scelte ministeriali, che è il  seguente. Come notato da Donald Gillies nel suo splendido libro How should research be organised?, i supermercati sono tra le compagnie più di successo del mondo ed i loro manager hanno saputo trasformarli in imprese d’alta efficienza. Il problema che bisogna porsi è se i metodi manageriali che hanno reso efficienti i supermercati sono capaci di aumentare l’efficienza delle organizzazioni che hanno come scopo la ricerca. Da un’analisi approfondita si evince che questi metodi applicati alla ricerca hanno esattamente l’effetto opposto: invece di aumentare, diminuiscono l’efficienza della produzione di ricerca.

Il punto è semplice ed è intrinseco a come funziona la ricerca: i ricercatori non sono degli impiegati che lavorano su commissione, quanto piuttosto sono loro stessi che devono decidere cosa studiare, su quali linee di ricerca investire il proprio tempo e come affrontare i problemi che hanno davanti. La ricerca non è un autostrada che si imbocca e poi si va avanti a tutta velocità, quanto piuttosto è sempre una esplorazione di un territorio sconosciuto, una sorta di jungla nella quale ognuno, con la propria sensibilità e conoscenza cerca, piano piano, di orientarsi. Dunque sono gli scienziati stessi che devono auto-organizzarsi sul funzionamento del proprio lavoro e certo non è possibile che una persona estranea al mondo della ricerca riesca a dare degli indirizzi sensati su come operare. Questo tra l’altro è quello che succede in tutti gli enti di ricerca del mondo. Se vogliamo trovare un esempio storico, possiamo ricordare che durante il fascismo  fu imposto il generale Pietro Badoglio come presidente del Cnr, proprio per affermare la volontà del governo di controllo della ricerca. Ma all’epoca la ricerca scientifica italiana, grazie al fascismo, fu smantellata quasi del tutto e i pochi che resistettero e che diedero il via alla rinascita del dopoguerra lo  fecero grazie alle proprie qualità e non perché parte di una qualche istituzione funzionante.

C’è dunque chi, nel Titanic che affonda, si è armato di secchiello e cerca di svuotare l’acqua che entra da tutte le parti sperando che altri si sensibilizzino al problema. Il Consiglio Scientifico Generale del Cnr ha espresso la sua contrarietà a questa operazione di riorganizzazione della governance dell’ente. La settimana scorsa la seduta del Cda è stata interrotta da un gruppo di ricercatori, che si sono opposti non solo a questa delirante riorganizzazione dell’ente, ma hanno anche fatto presente il taglio del 13% alle risorse ed il tetto di spesa per il personale al 75% dei fondi ministeriali, con la diretta implicazione dell’impossibilità di assumere nuovo personale. Così il Cnr è in stato di mobilitazione e, di nuovo, a fare le spese di queste belle trovate governative sono le generazioni più giovani, che forse ora sapranno chi ringraziare.