Tra i numerosi “nemici” che Wikileaks si trova a fronteggiare, il più agguerrito è il dragone cinese. Lo ha dichiarato lo stesso Julian Assange in un’intervista al giornale britannico New Statesman pubblicata ieri: “In fatto di censura – le parole di Assange – la Cina è il peggior cattivo, il nemico tecnologico numero uno: ha sistemi aggressivi e sofisticati di intercettazione che si intromettono tra un qualsiasi lettore cinese e le fonti d’informazione fuori dal Paese”.

A conferma dell’opinione del campione mondiale per la libertà di stampa, arriva ora anche una notizia da Pechino. Il ministero della Propaganda ha deciso di vietare l’espressione “società civile” sui media cinesi. La denuncia arriva da alcuni blog, che spiegano come la frase cinese “gongmin shehui”, “società civile” appunto, sia stata bandita dai media. Secondo le denunce online, la decisione del ministero della Propaganda nascerebbe dalla volontà di reagire alla crescente partecipazione civile nella politica, soprattutto grazie a Internet (anche il premio Nobel Liu Xiaobo aveva diffuso il suo appello per la democrazia sul Web).

Stante il nuovo divieto, va detto come per fortuna la libertà d’espressione trovi sempre nuove strade per aggirare l’ottusità della censura. “Poiché il termine ‘società civile’ non è consentito – ha scritto sul forum China Media Project Liao Baoping, un giornalista del Changjiang Commercial Dailyalcuni media hanno cominciato ad utilizzare il termine ‘pubblica società’ che secondo me è persino più forte. Vietare certe espressioni non può certamente servire ad eliminare le opinioni”.

La scelta di Liao è molto semplice, perché in cinese cambia un solo ideogramma, passando da “gongmin shehui” a “gonggong shehui”, espressione usata già in molti giornali anche “armonizzati”. Nonostante la censura, la “società civile” e la voglia di libertà continuano a crescere in Cina.

Il Fatto Quotidiano, 15 gennaio 2011