Venerdì sera tutto sarà definito, dopo due giorni di voti nello stabilimento di Mirafiori. Se l’accordo che ridefinisce tempi e modi della produzione verrà approvato dal 51% dei lavoratori, la Fiat investirà un miliardo di euro nello stabilimento torinese per produrre modelli progettati in Italia e altri di Chrysler. Altrimenti forse chiusura o comunque perdita di posti di lavoro, spostati in Serbia e Polonia, nessun investimento.

L’esito del referendum tra i 5.500 dipendenti è quasi scontato. Vinceranno i “sì” all’accordo, anche se forse non con l’80% dei voti auspicati dai sindacati firmatari dell’accordo. A Pomigliano d’Arco, a giugno, la percentuale imprevista di “no” (36%) nel referendum sull’accordo contrattuale aveva quasi convinto la Fiat a cancellare gli investimenti, poi confermati. Questa volta l’azienda ha chiarito: quello che conta è ottenere l’approvazione del 51%.

MARCHIONNE. L’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, arriva al referendum forte dell’approvazione della Borsa. L’accoglienza da parte degli investitori della doppia Fiat (auto e veicoli commerciali, quotate separatamente, valgono due miliardi in più) ha oscurato anche gli ennesimi dati negativi sulle vendite, con la quota di mercato in Italia scesa ancora, al 27,5%. Gli investitori, quindi, danno fiducia all’approccio Marchionne: anche se oggi il gruppo arranca, presto le cose miglioreranno, sostiene il Lingotto. Fiducia a termine, però, visto che se al salone di Ginevra di marzo la Fiat non presenterà modelli convincenti, la scommessa di Marchionne si rivelerà un bluff.

LA FIOM. Oggi la Fiom guidata da Maurizio Landini incontrerà la Cgil di Susanna Camusso in un vertice per parlare della linea sul referendum. Il sindacato dei metalmeccanici è in una posizione difficile: con il nuovo accordo non avrà più rappresentanti dentro Mirafiori e sarà completamente neutralizzato, le altre sigle hanno anche il potere di veto sull’adesione successiva della Fiom. Che, peraltro, ha ribadito di non essere disposta alla “firma tecnica”, cioè a sottoscrivere l’accordo dopo la vittoria dei “sì” in modo da non essere esclusa dalla rappresentanza. A Landini non restano molte armi per contrastare il Lingotto se non estendere la vertenza Fiat a tutto il settore, come farà con lo sciopero generale dei metalmeccanici il 18 gennaio.

LA CGIL. Susanna Camusso ha oscillato nel suo rapporto con la Fiom, tra una presa di distanza sui comportamenti e una sintonia nel merito, con la ferma richiesta al sindacato di Landini di rispettare il risultato del referendum (che la Fiom considera illegittimo perché avviene sotto “ricatto”, o voti sì o perdi il lavoro). Ma la Cgil più che sulla lotta in fabbrica punta sulla legge sulla rappresentanza. Cioè su una riforma delle regole con cui si scelgono i rappresentanti nei luoghi di lavoro e su come si modificano i contratti. Un progetto complesso, che richiede la sponda di Confindustria (favorevole) e il via libera di Cisl e Uil, che però non sembrano intenzionate in questa fase ad avallare i progetti della Cgil. Tenere questa linea significa, in fondo, giudicare perdente quella della Fiom: per arginare il potere dell’impresa, nello specifico di Marchionne, non serve tanto combattere dal basso (in fabbrica) ma intervenire dall’alto (con la politica).

CISL E UIL. Dopo aver concesso tutto quello che Marchionne chiedeva, i sindacati di Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti cercano ora di tenere una linea più moderata, limitando la polemica contro la Fiom. Perché sanno che l’esclusione dei metalmeccanici di Landini dalle rappresentanze rischia di creare problemi anche a loro. Senza il riconoscimento del risultato, cioè senza l’ammissione di sconfitta da parte della Fiom, applicare l’accordo in una fabbrica come Mirafiori dove la Fiom è ancora forte (primo sindacato con il 13 per cento) rischia di essere quasi impossibile. Sono quindi disponibili a un’intesa “pattizia” sulla rappresentanza, cioè senza aspettare la modifica della legge, con Cgil e Confindustria. Per evitare altre Mirafiori.

IL PD. Mentre il governo è compatto al fianco di Marchionne, il Pd si è impantanato nella vicenda Fiat, con gran parte del partito schierato con la Fiat (la linea l’ha data Massimo D’Alema), il segretario Pier Luigi Bersani che oscilla e il candidato sindaco di Torino Piero Fassino che, se fosse un operaio, voterebbe per il sì. Domani Bersani incontrerà Landini e dovrà chiarire se il Pd ha ancora interesse ai voti operai oppure, come sembra, se invece non li considera già persi, divisi tra Sinistra radicale, Pdl e Lega.

da Il Fatto quotidiano del 9 gennaio 2011

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