Nei giorni i scorsi Calderoli e soci padani avevano minacciato fuoco e fiamme contro Marchionne: “Cota non prende ordini da quel signorino in girocollo… La Fiat restituisca i soldi rubati… Siamo stufi di pagare per gli Agnelli… I nostri operai non si toccano… Qui comandiamo noi…“; queste solo alcune delle perle dei rondisti che, appena una settimana fa, erano pronti a menare le mani contro il capitalismo internazionale che insidiava le virtù delle camicie verdi e dei padroncini della zona.

Da qualche giorno, invece, i guerrieri celtici sembrano aver perso la voce e sono diventati i barboncini di Mirafiori, ben nascosti dietro le colonne, preoccupati di non farsi vedere nè sentire, autorelegatisi al ruolo di comparse, o al massimo di pretoriani capaci solo di fare la faccia feroce a tariffa.

Questi improvvisi silenzi e questo improvviso mutare di toni vanno notati per comprendere quale sia il ruolo della Lega quando davvero esplode il conflitto sociale, quando il tema della disuguaglianza dei diritti e delle opportunità prevale sulla questione etnica o sulle guerre di religione alimentate ad arte. In questo caso la Lega non è in grado di tutelare nessuno, perché non è attrezzata a dare risposte sul piano sociale, non riesce ad andare oltre la litania identitaria, per altro utilizzata nei modi più beceri ed arretrati.

Di fronte ad un potere transnazionale reale, di fronte alla minaccia di delocalizzazione la Lega non è in grado di dire alcunché, non può, non sa, non vuole affrontare la questione, perché dovrebbe entrare in conflitto con il medesimo blocco sociale che la sostiene e che sostiene la destra italiana, a partire da Berlusconi. In questa situazione la Lega si svela per quello che è: un movimento localistico attrezzato per la propaganda e lo sfruttamento delle paure, ma incapace di governare le questioni complesse e soprattutto di tutelare i diritti dei più deboli e dei meno protetti, padani, italiani, stranieri che siano.

Non a caso gli stessi celoduristi che tacciono a Mirafiori, ritrovano la voce nel centro di Torino per contrastare la costruzione della moschea. Si tratta evidentemente di una campagna strumentale, anticostituzionale, idiota, perché quella moschea, come ben sa il ministro Maroni, è il frutto di una intesa con la parte moderata della comunità islamica e corrisponde ad un disegno politico e culturale teso a favorire il dialogo e l’integrazione.

Chi ha promosso la canea lo sa benissimo, i ministri verdi lo sanno meglio di tutti, eppure tacciono perché hanno bisogno di fare propaganda, di distrarre l’attenzione dalle loro impotenze, di preparare il terreno per la prossima campagna elettorale. Dal momento che non riescono più a far paura nè alle logge, con le quali sono alleati nel governo, nè far più paura ai poteri forti che siano “di Roma o Torino ladrona”, non gli resta che fare la faccia feroce contro gli ultimi, contro gli immigrati, contro i diversi, merce buona per scatenare le campagne di odio, senza correre il rischio di pagare un prezzo, nè di prendere schiaffoni da Marchionne…

Insomma celoduristi con i deboli e celomollisti con i forti!