Si inizia sempre con una sciocchezza. Una volta ti metti le dita in gola perché ti sembra di avere lo stomaco troppo pieno. Oppure cominci a prendere lassativi perché ti senti gonfia. Aggiri i controlli dei genitori, se ne hai di sufficientemente attenti. Ma fregarli è facile, e non solo con il vomito o una purga. Far sparire dalla tavola una fetta di prosciutto è un gioco di prestigio che s’impara con poco.

L’età che ti fotte è quella dello sviluppo. Il fisico cambia, spesso ingrassi. Hai un corpo da donna, non la testa. E nemmeno le persone che ti circondano, le amiche, ti danno una mano. Nove volte su dieci fanno le tue stesse vaccate, o te le consigliano. Pensi di “metterti a dieta” per piacere agli altri, ma poi quando la pelle si appiccica alle ossa e le persone sane cominciano a dirti “fai schifo”, hai già passato un confine. E non t’importa, il cervello è a digiuno. Il modello magrezza bellezza? C’entra. C’entra per le ragazzine soprattutto l’idea che l’inclusione sociale passi per una fisicità da copertina. Ma non è la sola causa.

Isabelle Caro è morta a 28 anni, era anoressica da 15. Si era prestata a una campagna di Oliviero Toscani contro la malattia. Posò nuda per una foto agghiacciante, che i giornali hanno ripubblicato in questi giorni. Il fotografo ha detto in un’intervista che la ragazza gli era parsa “orgogliosa della sua anoressia”. E probabilmente ha ragione: lei era stata sempre solo una persona anoressica, la malattia un’identità. Dicono le statistiche che in Italia si ammalano cinquemila persone all’anno. E i medici che una su cinque muore. Non sono cifre rassicuranti.

Invece è incoraggiante l’attenzione sociale, una all’erta collettiva più diffusa. Gli stilisti fanno sfilare modelle oversize, le aziende cosmetiche mettono sui cartelloni pubblicitari ragazze belle ma normali. Il web ospita moltissimi siti di testimonianze: “Sono Anna e peso 40 chili”. “Mi chiamo Francesca, ho cominciato a non mangiare perché le mie amiche, tutte magre, mi emarginavano: ero un po’ grassottella, oggi la taglia xs mi va larga”. Non sempre la coscienza della malattia è l’inizio di una rinascita, ma è una condizione necessaria. Federica scrive su un blog dedicato di aver cercato su Internet storie di persone che erano guarite“Ci sto provando anch’io”.

“Quando la donna cannone, quell’enorme mistero volò, tutti chiusero gli occhi nell’attimo esatto in cui sparì. Altri giurarono e spergiurarono che non erano mai stati lì”. L’unica cosa che non si può fare è chiudere gli occhi. Né di fronte allo specchio – se il corpo che si riflette scarnificato è il tuo – né di fronte a maglioni enormi che cercano di coprire – se il corpo nascosto è quello di qualcuno che ti è vicino. “Non avrò paura se non sarò bella come dici tu”, dice ancora la donna cannone di De Gregori. Ed è qui il punto: la paura di sé come essere imperfetto. Se qualcosa o qualcuno non ti convince che la perfezione non esiste, e se esistesse non sarebbe una questione di chili, ti mangi la vita.

Il Fatto Quotidiano, 2 gennaio 2011