Nei giorni scorsi l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha pubblicato i testi dei due regolamenti destinati a disciplinare la fornitura dei servizi media audiovisivi in conformità a quanto previsto dall’ormai famoso decreto Romani attraverso il quale l’allora viceministro delle comunicazioni aveva provato a regolamentare Internet come fosse una grande Tv.

Il varo dei due regolamenti aveva tenuto, per mesi, la Rete con il fiato sospeso in ragione di alcune disposizioni inserite dall’Agcom negli originari schemi che imponevano anche alle più piccole web tv obblighi tanto onerosi da metterne in dubbio la stessa possibilità di sopravvivere. Tale pericolo è stato alla fine scongiurato attraverso una disposizione che limita l’ambito di applicabilità dei due regolamenti ai soli soggetti che conseguano, in un anno, ricavi superiore ai cento mila euro.

A fronte di questa buona notizia, la pubblicazione dei due provvedimenti, rivela, tuttavia, una sorpresa amara davvero inattesa. L’Autorità ha, infatti, ritenuto di qualificare “fornitori di servizi media audiovisivi” e di rendere così destinatari della disciplina contenuta nei due Regolamenti, anche i cosiddetti user generated content ovvero quei soggetti che gestiscono piattaforme attraverso le quali viene consentito ai singoli utenti di pubblicare propri contenuti audiovisivi. Stiamo parlando, tanto per mettere a fuoco il problema, di soggetti quali Youtube, Dailymotion, Vimeo e tanti altri.

Il decreto Romani aveva, sostanzialmente, escluso tali soggetti dal proprio ambito di applicazione prevedendo espressamente che i servizi consistenti nella fornitura o distribuzione di contenuti audiovisivi generati da utenti privati a fini di condivisione o di scambio nell’ambito di comunità di interesse non rientravano nella nozione di fornitura di servizi media audiovisivi. L’Agcom ha, invece, ritenuto – con scelta, peraltro, di dubbia legittimità essendo tenuta solo a dare attuazione al decreto Romani – di prevedere che tale esclusione è valida salvo che “nel caso in cui sussistano, in capo ai soggetti che provvedono all’aggregazione dei contenuti medesimi, sia la responsabilità editoriale, in qualsiasi modo esercitata, sia uno sfruttamento economico.

E’, dunque, evidente – ed è, d’altra parte, esplicitato nelle delibere con le quali sono stati approvati i due regolamenti – l’intento dell’Autorità di far ricadere nell’ambito di applicazione della disciplina da essa dettata anche le grandi piattaforma di aggregazione dei contenuti audiovisivi prodotti dagli utenti, quali, appunto, Youtube, Vimeo, Dailymotion ecc. Ma chi può aver avuto intesse a chiedere all’Agcom di provare a trasformare per legge tali soggetti in autentici concorrenti delle emittenti televisive di oggi con conseguente obbligo di rispettare la stessa disciplina?

Qualche considerazione sulle possibili conseguenze della decisione dell’Autorità Garante può aiutare ad individuare possibili suggeritori. Sino ad oggi, in tutta Europa, si è dubitato che i gestori delle piattaforme di pubblicazione di contenuti pubblicati dagli utenti potessero essere qualificati quali broadcaster al pari delle emittenti televisive e si è, spesso, preferito qualificarli qual intermediari della comunicazione. La differenza tra le due opzioni in discussione non è semplicemente lessicale: nel primo caso il gestore della piattaforma può essere chiamato a rispondere dei contenuti diffusi come se fosse un editore televisivo, mentre nel secondo non può.

Al riguardo vale forse la pena ricordare che lo scorso anno Mediaset ha trascinato YouTube dinanzi al tribunale di Roma, chiedendo ai giudici di condannare Google, proprietario della piattaforma, ad un risarcimento di 500 milioni di euro per aver violato i diritti d’autore. Inutile dire che la tesi sostenuta dai legali di Mediaset è esattamente quella oggi fatta propria dall’Agcom, ovvero che YouTube sia un broadcaster, suo diretto concorrente e che, pertanto, sarebbe responsabile per tutti i contenuti pubblicati dai propri utenti.

É solo un caso che l’Autorità abbia fatto propria questa tesi proprio mentre Mediaset, sotto la guida di Mr. Confalonieri Junior, si sta preparando a sbarcare massicciamente in Rete? Si è troppo maligni a pensare che qualcuno possa aver voluto utilizzare la “semi-indipendenza” – come la definiva già Giuliano Amato molto tempo fa – dell’Agcom per cercare di rendere la vita quanto più difficile possibile a quelli che l’ex azienda del biscione individua oggi come i suoi principali concorrenti? E ancora: è solo un caso che questo avvenga proprio mentre nei salotti degli italiani stanno iniziando ad entrare le nuove Internet tv attraverso le quali, con il telecomando, si potrà, indistintamente, guardarsi un programma su Canale 5 o sfogliarsi qualche video su YouTube?

Naturalmente è possibile che la coincidenza tra la posizione dell’Agcom e quella di Mediaset sia frutto solo di un caso. È, comunque, grave registrare che l’Agcom, anziché limitarsi a dare attuazione al decreto Romani, abbia avvertito l’esigenza di entrare a gamba tesa in un dibattito internazionale dai risvolti delicati e complessi quale quello relativo alla qualifica ed alla responsabilità dei gestori di piattaforme Ugc ed assumere una decisione che, allo stato, non è, ancora, stata fatta propria da nessun altro Paese europeo.

La vicenda, che apparentemente riguarda solo alcuni giganti intrattenimento del XXI secolo, in realtà, ci tocca tutti molto da vicino. Chiamare i gestori delle piattaforme Ugc a rispondere dei contenuti caricati dagli utenti, infatti, significa spingerli ad applicare forme di autocensura” sempre più stringenti, limitando così sensibilmente la libertà degli utenti di informare ed informarsi. Per questa via, presto, i gestori delle grande piattaforme Ugc che operano in Italia potrebbero scegliere di ospitare solo contenuti prodotti da soggetti con le spalle larghe e, all’occorrenza, in grado di tenerli indenni da eventuali responsabilità: è un profilo che, tuttavia, assomiglia a quello delle attuali emittenti televisive.

Sarebbe difficile continuare a guardare al web come ad una grande occasione per la libertà di informazione se, domani, YouTube e compagni dovessero “trasmettere” solo i contenuti ai quali oggi accediamo attraverso la nostra piccola ed antipluralista televisione. Sembra proprio che, anche questa volta, sia stata fatta la volontà del Signore del Tele-comando.