L’argomento è stato probabilmente al centro delle ultime e ormai celebri “riunioni del mercoledì”, quelle, per intenderci, in cui i rappresentanti delle principali banche d’affari statunitensi si consultano in segreto per delineare le migliori strategie possibili da applicare sul comparto dei derivati, il mercato finanziario più redditizio del mondo. Di certo, almeno stando a quanto riportato ieri dal Wall Street Journal, si sa che proprio da un incontro newyorchese del mese scorso, è uscito un documento programmatico redatto dalle cinque major del settore – Bank of America, Citigroup, Goldman Sachs, J.P.Morgan e Morgan Stanley – sul futuro di un segmento di mercato particolarmente promettente: quello dei “Muni Cds”, i credit default swaps sui debiti degli enti locali. Tradotto: gli strumenti utili a speculare al ribasso intascando clamorosi guadagni sulle prospettive di collasso delle amministrazioni locali.

Mentre gli enti pubblici, a cominciare dagli Stati dell’unione, annaspano faticosamente sotto il peso di un indebitamento mostruoso, insomma, i grandi operatori di Wall Street si preparano a sfruttare la situazione per incamerare nuovi profitti. E poco importa che al dissesto generale delle amministrazioni abbiano contribuito anche loro. L’opportunità è chiara, e anche questa volta non si faranno prigionieri. Ma andiamo con ordine. Il credit default swap non è altro che un contratto in cui una parte (A) si impegna a tutelare l’altra (B) dall’impossibilità di recuperare un credito a fronte dell’ipotetica bancarotta del debitore (C). In questo caso B si fa garante del debito di C. A ha la certezza di recuperare il credito ma deve retribuire B per il rischio. Tanto è elevato quest’ultimo, tanto maggiore sarà la retribuzione.

E’ stato proprio grazie a questi strumenti che gli speculatori più attenti hanno potuto guadagnare in passato sulla crisi dei mutui. Un po’ perché all’aumentare del rischio il valore dei Cds cresce consentendo così a chi li rivende di ottenere una plusvalenza, un po’ perché nell’eventualità della bancarotta il fortunato possessore del contratto ottiene un risarcimento di proporzioni clamorose. Alla vigilia della crisi, si narra, il finanziere John Paulson, acquistò 22 milioni di dollari in Cds contro il rischio fallimento di Lehman Brothers della quale, forse, non possedeva nemmeno un’azione. La scommessa, sostenne tempo fa l’Economist, gli avrebbe fruttato circa 1 miliardo.

L’esempio non è casuale visto che in molti, ad oggi, sembrano aver capito ormai l’aria che tira. «Da quando in primavera abbiamo osservato una crescita del costo dei Cds sui debiti degli enti – ha dichiarato al WSJ l’economista della Payden & Rygel Jeffrey Cleveland – abbiamo capito che gli hedge funds stanno cercando di approfittare del disastro delle amministrazioni locali. Cercano i nuovi subprime». E stando alle cifre, verrebbe da aggiungere, sembra proprio che li abbiano trovati. Nell’ultimo anno il valore complessivo dell’ammontare dei contratti Cds a protezione del rischio bancarotta della California è aumentato del 35% mentre il costo dei medesimi derivati sul debito pubblico dell’Illinois è raddoppiato negli ultimi 12 mesi. Banche e fondi speculativi, ovviamente, ne stanno approfittando suscitando l’interesse dei colleghi stranieri. Per la prima volta da due anni a questa parte, riferisce ancora il WSJ, l’istituto svizzero Ubs si è lanciato nuovamente nel business puntando deciso sulle disgrazie delle amministrazioni statunitensi.

L’aspetto peggiore della vicenda è però un altro. Quella alimentata oggi dai Cds rappresenta solo l’ultimo capitolo di una parabola di sfruttamento legalizzato delle casse pubbliche che da tempo vede le banche in prima fila. A spolpare le casse locali (e quindi le tasche dei contribuenti) gli istituti ci avevano già pensato in questi ultimi anni convincendo le amministrazioni ad affidarsi alle loro cure per contenere l’espansione dei propri debiti. Un’esperienza fallimentare (del tutto simile a quella patita dagli enti italiani) che ha visto la finanza strutturata ancora protagonista e che, in estrema sintesi, può essere riassunta così. Esposti per circa 2.800 miliardi di dollari di obbligazioni gli enti locali avevano cercato di proteggersi dal rischio di un’impannata dei tassi sottoscrivendo con Wall Street qualcosa come 500 miliardi di dollari di interest rate swaps, gli strumenti finanziari studiati proprio per questa eventualità. In pratica una mega scommessa che, al lato pratico del contratto e, soprattutto, a fronte del crollo dei tassi sperimentato negli ultimi anni, lungi dal migliorare la situazione ha generato ulteriori perdite per i sottoscrittori. Una volta compreso l’arcano le amministrazioni (enti pubblici ma anche prestigiose università come Harward, ad esempio) si sono affrettate a chiudere in anticipo i contratti sostenendo così un costo aggiuntivo, il cosiddetto “termination payment”. Per le solite cinque banche, fatti i conti, è stato un ulteriore affare da 4 miliardi.

Il valore dei “Muni Cds” circolanti negli Usa è ancora limitato (50 miliardi contro i 2.800 delle obbligazioni su cui sono costruiti) ma il timore, ora, è che il mercato possa dilagare lanciando un segnale molto pericoloso a facendo aumentare il costo dell’indebitamento locale con un nuovo peggioramento dello stato dei conti. Nella scorsa estate il Center on Budget and Policy Priorities, uno dei più autorevoli centri di ricerca di Washington, rivelò che 46 Stati americani (su 50) presentavano bilanci in rosso per un disavanzo complessivo, nel solo ultimo anno fiscale, pari a 112 miliardi di dollari. A novembre Illinois e California erano ormai entrati a far parte della Top 10 della classifica degli Stati a maggior rischio fallimento del mondo (la graduatoria stilata dalle società del settore che monitorano proprio i derivati assicurativi) accanto, tra gli altri, ai Paesi della periferia europea come Grecia, Irlanda e Portogallo. A decidere almeno in parte il loro destino, al pari di quello di decine e centinaia di sconosciute “municipalities”, saranno ancora una volta gli speculatori.