Il commissario Ue all'Economia Olli Rehn

Il voto di fiducia in calendario per il 14 dicembre potrebbe riaccendere la speculazione sul debito italiano. Soprattutto se non usciranno prospettive chiare per la risoluzione della crisi politica e Silvio Berlusconi rimarrà aggrappato a una manciata di voti. E’ questo il giudizio degli analisti e dei trader specializzati nella contrattazione dei titoli di stato.

Stephen Lewis, Chief Economist di Monument Securities, Londra, sentito oggi dal fattoquotidiano.it, conferma le preoccupazioni: “l’Italia ha superato indenne la prima ondata speculativa, dieci giorni fa, e ora gli operatori finanziari aspettano solo di passare le vacanze e chiudere l’anno, dando alla situazione italiana il beneficio del dubbio”, ha dichiarato. “Ma se la settimana prossima uscirà dal voto di sfiducia un paese fragile e difficilmente governabile, i mercati internazionali potrebbero risvegliarsi e prendere una nuova posizione sul debito”. Per Lewis non conta molto se Berlusconi riuscirà a stare in piedi con uno, due o tre voti. “Si tratta di questioni tecniche che ai mercati non interessano. Sarà molto più pericoloso il clima che si potrebbe creare attorno al voto, la temperatura del dibattito e l’attenzione dei media. Ogni dichiarazione potrebbe pesare perché i mercati sono molto nervosi”.

E’ dello stesso parere Lavinia Santovetti, analista della banca di investimenti giapponese Nomura. “Comunque vada – spiega – , il 14 Dicembre probabilmente non sarà una giornata positiva per l’Italia dal punto di vista dei mercati finanziari. La mancata fiducia potrebbe scuotere i mercati, e anche se Berlusconi dovesse farcela, i problemi non mancherebbero. Nell’immediato ci sarebbe un effetto notizia positivo, migliore rispetto a un eventuale crollo del governo. Ma il protrarsi dell’incertezza politica potrebbe avere il suo prezzo nei mesi successivi”. Soprattutto se il governo venisse sostenuto da pochissimi voti. “A quel punto saremmo da capo: con una maggioranza molto risicata, i titoli di stato italiani potrebbero entrare in una fase di continua instabilità nel 2011”.

Gli investitori si augurano una maggioranza chiara, un governo stabile che si prenda finalmente carico delle riforme strutturali di cui l’Italia ha urgentemente bisogno. “La Germania sta beneficiando ora di riforme di lungo periodo, approvate negli anni ottanta e novanta, mentre l’Italia è ferma”, aggiunge Lavinia Santovetti. “Oltre alle riforme serviranno molto probabilmente manovre finanziarie ben più severe rispetto a quelle che abbiamo visto di recente”.

Il problema è strutturale e non basterà un governo posticcio a risolverlo. Negli ultimi dieci anni l’Italia è cresciuta mediamente di appena lo 0,54% all’anno e le prospettive per il futuro non sembrano certo favorevoli. Lo evidenzia, tra gli altri, il dato sulla produzione industriale. Secondo l’ultima analisi di Daily Forex, l’output dell’industria italiana ha registrato nell’ultimo mese un calo dello 0,1% contro una previsione iniziale di crescita dello 0,7%. Di questo passo, hanno affermato oggi gli analisti, il dato 2010 segnerà un -0,2% rispetto all’anno precedente mancando clamorosamente il traguardo originariamente ipotizzato (+4,6%). Un motivo in più per conservare più di un dubbio in merito all’ottimismo espresso oggi dal Commissario Ue agli Affari economici Olli Rehn. «È stato appena approvato il Bilancio per il 2011, che è compatibile con gli obiettivi fiscali per l’anno prossimo e il criterio del disavanzo del 3% del Pil nel 2012 – ha affermato Rehn in audizione alla Camera – : secondo noi non si renderanno necessari nuovi interventi, ma al tempo stesso sarà necessario un monitoraggio rigoroso su spesa ed entrate affinché gli obiettivi fiscali siano raggiunti». In pratica, ha spiegato il commissario, non vi sarebbe dunque alcuna necessità di interventi aggiuntivi a meno che «non si verifichino grosse deviazioni dalle previsioni di crescita e di entrata».

A mettere in crisi i piani del governo potrebbero essere proprio i dati effettivi. Secondo le stime ufficiali dell’esecutivo, l’economia italiana dovrebbe crescere dell’1,2% nel 2010 per poi accelerare ulteriormente nel 2011 (+1,3%) e nel 2012 (+2%), un’ipotesi che non convince gli osservatori. Secondo le analisi di Nomura, la ricchezza nazionale crescerà di soli 1,5 punti nel 2012 facendo attestare il rapporto deficit/Pil a quota 3,6% contro il 2,7% previsto dal governo. Il che, in sostanza, significa che i parametri di stabilità non saranno raggiunti e che una manovra aggiuntiva da almeno 7 miliardi si renderà quanto mai necessaria.

I dettagli dello sforzo finanziario richiesto restano ovviamente legati al nuovo Patto di Stabilità in discussione nell’Ue. Il ministro Giulio Tremonti, impegnato a difendere i suoi pochi punti di forza, sembra aver trovato un alleato prezioso nello stesso Rehn. «L’indebitamento del settore privato – ha precisato sempre oggi il commissario – diventerà una variabile molto importante nella procedura per squilibri eccessivi. Il debito privato svolge un ruolo importante nell’analisi, come fattore attenuante. Sarà un fattore di mitigazione nella nuova governance economica».

Un assist meraviglioso per il dicastero delle finanze, da tempo impegnato a sbandierare ai quattro venti il basso livello del debito privato italiano. Ma anche qui, a ben vedere, occorre fare un paio di precisazioni. In primis c’è il progressivo deterioramento dello stato di salute delle banche. Gli istituti italiani, è vero, conservano una maggiore solidità rispetto agli omologhi europei ma le loro performance, ultimamente, non sono state positive. Nell’ultimo anno, ha riferito la scorsa settimana Bloomberg, il titolo Unicredit scambiato in borsa ha ceduto il 25% contro il -32% di Intesa e -29% di Monte dei Paschi. Nello stesso periodo, l’indice di riferimento sulle azioni degli istituti, il Bloomberg Europe Banks and Financial Services Index, ha perso decisamente di meno cedendo soltanto 7,6 punti percentuali. Le banche, insomma, saranno pure state sostanzialmente immuni dai titoli tossici della prima ora ma adesso devono fare i conti con altri assets problematici: i bond sovrani. Secondo Bloomberg, l’esposizione netta di Banca Intesa sui bond nazionali di Portogallo, Spagna, Grecia, Irlanda e Italia ammonterebbe a 65 miliardi di euro, circa il 240% del valore del suo patrimonio di qualità primaria (il cosiddetto tier-1, capitale azionario più riserve). Unicredit si attesterebbe invece a 40,3 miliardi (103%). Come dire che il destino dei conti pubblici italiani finisce per condizionare direttamente anche quello delle banche. Un cane che si morde la coda, insomma.

Altro aspetto significativo è poi quello relativo al debito privato. Le famiglie italiane vantano un bilancio meno sfavorevole rispetto alla media europea ma non per questo possono dirsi in salute. A dettare le scelte familiari ci sarebbe soprattutto la cronica contrazione dei consumi, un aspetto che ha indotto molti analisti a interpretare la tanto sbandierata propensione al risparmio delle famiglie come, per citare la Reuters, “il riflesso di politiche di welfare inadeguate e della mancanza di fiducia nel sistema pensionistico”. In pratica i cittadini italiani continuano a risparmiare, nonostante tutto, ma solo perché non si fidano di chi li governa.

“La nostra più grande preoccupazione”, si legge in un report pubblicato da Deutsche Bank il 3 dicembre, “è che la complessa situazione politica possa tradursi in una fase di stallo nelle funzioni del governo, che non riuscirà così a mettere a punto le politiche necessarie per aumentare la produttività e la competitività del mercato interno”.

Se il voto di sfiducia consegnerà il paese a un nuovo coacervo di partiti, partitini, parlamentari indipendenti e voltagabbana, le preoccupazioni dei mercati potrebbero facilmente trasformarsi in una triste realtà.

di Matteo Cavallito e Mauro Meggiolaro