Devo dire la meraviglia dell’albero che si accende davanti al Duomo di Milano. Centomila luci, più le luci delle vetrine di Tiffany in agguato sotto l’ultimo ramo con la tentazione dei “gioielli di fascia media”, quindi alla portata di cassa integrati o ragazzi call center da 500 euro al mese. Natale apre la speranza: hanno diritto a far festa anche i 20 mila senza posto e senza diritto ai leggendari ammortizzatori sociali. In fondo, una cosina di Tiffany val bene il salto di non so quante pastasciutte.

Contrattempi degli anni neri, perché la Milano da bere l’hanno bevuta i soliti noti e la gente deve portare pazienza sotto l’albero spot dei benefattori di New York i quali hanno diritto al loro negozietto tanto per far pari con i conti e aprire le borse alla beneficenza voluta dalla signora Moratti e respinta con sdegno dal cardinale Tettamanzi. Vade retro mercanti dalle porte del tempio. Per fortuna in marzo Tettamanzi va in pensione e sul nuovo vescovo Bossi, Berlusconi e la signora sindaco hanno in mente qualcosa.

Va ricordato che l’albero di Milano è già entrato nel guinness dei primati, primo al mondo a festeggiare il Natale circondato da gorilla armati. Le meraviglie di Tiffany non possono esibire lo splendore con la tranquillità delle bigiotterie; la loro regalità (sia pure di fascia media) impone tiratori scelti appostati sotto le fronde della pace. Le città sono il laboratorio sociale che disegna la vita comune: felicità, speranze, rabbie, solidarietà programmate fra i riccioli dei palazzi dove la storia elabora il potere impegnato nella provocazione del Natale di lusso per dare una scossa a un paese che non riesce a tirarsi su. Comprate gioielli per rincuorare il Pil. Che non per tutti va così male.

Dentro il primo giro dei Navigli ci si prepara alla fatica delle vacanze: cominciano a Sant’Ambrogio, finiscono chissà quando. “Ci vediamo a Crans…”, che sarebbe Crans sur Sièrre neve carissima della Svizzera francese adorata dalla Milano delle crisalidi craxiane sbocciate nei berluscones. E che non vada male lo sa Emilio Fede: “La sinistra insiste che l’Italia è in rovina. Mah! Sentiamo cosa rispondono cittadini scelti a caso…”. La signora che attraversa San Babila, o il signore col sacco boutique di via Condotti, rispondono senza esitare: “La speculazione ha le sue colpe e gli agitatori sono incoscienti, ma noi resistiamo”. E spiegano come. Passato Capodanno la signora vola in Australia, vacanza nella villa al mare del fratello; il signore ha prenotato il campo da golf delle Canarie. “Dite voi se questo è un paese disperato…”. Fede allarga le mani per abbracciare il benessere che lo circonda. I denti del sorriso restituiscono l’ottimismo minacciato dal delirio dei giornali. “Abbiamo in linea il ministro Tremonti. Signor ministro, andiamo male?”. “Balle. Avevamo previsto la contrazione. Nessun paese d’Europa riesce a far bene come noi”. Voce garula dell’economista-commercialista che (anni fa) si è rivelato al popolo scrivendo sul “Manifesto”.

Chi guarda in certi Tg le partenze dei vacanzieri, ha l’impressione di trovarsi in esilio in un mondo lontano dal mondo dei giovani disfattisti: brontolano, marciano, si fanno bastonare dalla polizia con determinazione sciagurata che la signora Gelmini non sopporta e il ministro Brunetta frusta a male parole. Ecco perché vendere gioielli davanti al duomo diventa il ricostituente spirituale che l’Istat implora. Reagire, comprare, viaggiare. Natale è il mercato organizzato dalla provvidenza.

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Da il Fatto Quotidiano del 7 dicembre 2010