Siamo al conto alla rovescia per Berlusconi. Pochi giorni separano il presidente del Consiglio dalla fiducia o dalla sfiducia che gli accorderà il Parlamento. La matematica non è un’opinione, ma la politica purtroppo sì. Per tanto nella maggior parte dei casi risulta imprevedibile, infedele, incerta. Come lo sono gli esseri umani che la praticano. Risulta quindi difficile ipotizzare con certezza come finirà la conta: quanti tradiranno il premier certi di non essere ricandidati in caso di sfiducia e quindi di elezioni, pronti magari al salto verso gli ex alleati del Pdl ed oggi nemici pubblici? Quanti nella squadra del terzo polo, invece, volteranno le spalle alla proclamata opposizione contro Berlusconi per timore, anche in questo caso, di perdere lo scranno? Quanto saranno efficaci la campagna acquisti del Cav, gran maestro nell’arte della compravendita parlamentare, ed il timore trasversale per il voto?

Il punto è che, comunque sia, anche di fronte ad una fiducia parlamentare guadagnata con una manciata di voti, questo governo è politicamente squalificato e finito. In piena crisi economica, dopo una sequela di scandali (appaltopoli, P3, questione campana etc.), a seguito della scissione di Fli, a posteriori delle rivelazioni di Wikileaks non è pensabile per questo esecutivo restare in carica. Il Pdl è morto, come morto è il berlusconismo, come morto è il governo.

Diverso sarebbe se venisse meno la fiducia, come naturalmente sperano le forze d’opposizione – intendo quelle vere, non i folgorati dell’ultima ora tipo Fini e Casini. Si aprirebbe incontrovertibilmente, anche per l’ostinato Berlusconi, la strada obbligata di riconoscere che la crisi è nei numeri, è formalizzata, è pubblica. Anche in parlamento. La sfiducia delle Camere infatti renderebbe tutto più semplice e rapido per chi anela alla costruzione di un’altra Italia, quella del post berlusconismo. In sostanza, comunque vadano aritmeticamente le cose a Montecitorio o Palazzo Madama, questo esecutivo è al capolinea. E con lui il leader di sempre e il suo partito. Allora ci si dovrebbe concentrare sul dopo, sul 15 dicembre e i giorni a seguire.

Personalmente, insieme per altro al mio partito, sono contrario a qualsiasi ipotesi di governo alternativo a quello sancito dalle urne (esecutivo di responsabilità, istituzionale o via nominando) che unisca tutte le formazioni contrarie all’esecutivo in carica per governare, cioè prendere decisioni in materie come l’economia, il welfare, le riforme costituzionali. Non è possibile per via della distanza ideologica, non è giusto perché non scelto dagli elettori.
Soprattutto respingo l’idea che ci possa essere un altro esecutivo a guida di un fedelissimo di Berlusconi (da Tremonti ad Alfano a Letta), perché alla palude italiana non ha contribuito solo il sovrano, ma la sua intera corte.
E più di tutto mi fa orrore l’idea di un Berlusconi bis, passante per le dimissioni del premier, che apra magari ad un grande rimpasto verso Fli e l’UdV. Tutte e due ipotesi a cui ammiccano i terzopolisti di Fini e Casini, pronti a manovre di palazzo sulla scia della Prima Repubblica per spartirsi il potere dopo il Cavaliere sfiduciato (che pure non ostracizzano dagli scenari politici che propongono).

La sfiducia parlamentare, invece, può e deve esser ottenuta con una convergenza di tutta l’opposizione, ma la classe dirigente chiamata ad amministrare il paese deve essere scelta dagli elettori, perché tutto il resto significherebbe un loro tradimento. Diverso sarebbe un esecutivo lampo (Di Pietro afferma di 90 gg massimo) che facesse la riforma della legge elettorale, abrogando il premio di maggioranza e reintroducendo le preferenze (come democrazia vorrebbe), soddisfacendo così la richiesta di tutti i partiti (ad eccezione di Lega e Pdl). Con l’impegno inviolabile, però, di indire quanto prima le elezioni. In questo caso si potrebbe sostenerlo dall’esterno, senza dimostrare però troppa pazienza, perchè le elezioni il prima possibile sono l’unica strada veramente democratica e che mi auguro il presidente della Repubblica possa prendere in seria considerazione.

A questo punto, un altro tema che si pone è come affrontarle, queste elezioni. Si paventa in ampi spazi dell’antiberlusconismo, quello coerente e da sempre militante che stimo, di un fronte d’emergenza elettorale che riunifichi tutta l’opposizione, Udc e Fli compresi, per sconfiggere la compagine berlusconiano-leghista, evitando il dramma di vederla riconquistare ancora palazzo Chigi e difendendo così la democrazia. E’ la proposta che è stata avanzata dal Fatto, quotidiano che apprezzo e stimo, sotto il nome di lista civica nazionale. Ebbene, non mi convince. Ritengo infatti che abbia scarso appeal elettorale e che rischi addirittura di rafforzare Berlusconi, il quale brandirebbe l’argomento del “solo contro tutti”, del martire nemico del sistema inciucista, del tradito da Casini e Fini che si alleano con la sinistra pur di farlo fuori.

Risulterebbe, poi, impossibile da realizzare. Gli elettori chiedono una proposta politica alternativa chiara e seria, mentre il momento storico del paese (per via soprattutto della crisi economica) rende indispensabile un governo saldo e quindi omogeneo che assuma decisioni pesanti. Come si può pensare di far governare insieme Fini, Casini, Vendola, Di Pietro, Bersani? Sul welfare, sulla finanza o sul lavoro la distanza ideologica è abissale. Per fortuna, perché la destra (anche europea e moderna) resta tale, come tale deve restare la sinistra. Si potrebbe obiettare: ma come si conquista il voto dei moderati traditi, dei liberali delusi, dei cattolici amareggiati da Berlusconi? Si conquista parlando con loro e aprendo alle loro istanze. Si conquista soprattutto con una proposta politica priva di ambiguità ed innovativa.

Credo sia quindi indispensabile e di successo, anche per andare oltre la deberlusconizzazione del paese che pure è necessaria, avanzare un cartello elettorale Pd-IdV-Sel- Federazione della sinistra e movimenti che si dia un programma di governo condiviso e di centrosinistra, e che svolga le primarie per la leadership, proponendo una squadra credibile e di discontinuità. Senza vedere nell’Udc e o in Fli  il nemico, ma riconoscendo in loro l’avversario, che per 16 anni piaccia o meno ha appoggiato una deriva che si chiama Silvio Berlusconi. Una deriva che mai come oggi è battibile.