Già da un mese ci stiamo sorbendo le pubblicità delle promozioni natalizie, anticipate di anno in anno. Di questo passo, in futuro inizieremo a vedere lucine e babbi natale subito dopo Ferragosto (ovviamente lasciando il dovuto spazio ad un’importante festa d’importazione ed ai suoi gadget: Halloween). Inoltre, con la famigerata crisi economica mondiale, i tentativi di farci comprare qualcosa arriveranno a sfiorare il ridicolo, anche se non sarebbe la prima volta.

Già nel mese di dicembre del 1993, infatti, i “giovani imprenditori” dell’Unione industriale di Torino rivolgevano questo appello natalizio ai consumatori: “Per Natale un gesto di solidarietà. Regalatevi qualcosa. Magari italiano. Può sembrare strano – premettevano – abbinare la solidarietà all’invito di ricominciare a consumare in occasione degli acquisti per i regali di Natale. Eppure… – aggiungevano – chiediamo di farsi, o di fare un regalo in più, meglio se Made in Italy; di compiere un investimento nei consumi a favore di se stessi o dei propri cari, con la consapevolezza di contribuire così anche agli altri. Gli altri che non conosciamo, ma che lavorano per produrre e per vendere ciò che abbiamo deciso di acquistare”. Come se bastasse comprare un sacco di merce-spazzatura per rilanciare un’economia da reinventare dalle sue basi…

Il Natale, che dovrebbe essere un importante momento di raccoglimento, è diventato da tempo la più grande di tutte le farse: è la festa dello spreco, del superfluo, dell’ipocrisia. Il Natale come messa in scena del capitalismo terminale mette ansia a molta gente. In pochi riescono a sfuggire a queste convenzioni sociali letteralmente preconfezionate. Ovviamente il problema non è il dono in sé (che anzi la Decrescita Felice si propone di promuovere), ma tutte le complicazioni che questa mentalità dello sperpero ci ha imposto. Che regalo fare, dove andare a prenderlo, quanti soldi spendere, quante ore di coda fare. Senza considerare l’imbarazzo che si crea quando se ne riceve uno di cui non si ha assolutamente bisogno, o che semplicemente non ci piace. O vogliamo parlare di quei bambini che, dopo aver ricevuto in un quarto d’ora i regali che si dovrebbero ricevere nell’arco dei primi diciotto anni di vita (non sono quindi loro quelli da biasimare), riempiono di allegria natalizia la casa con dei laceranti pianti isterici?

Nessuno sta dicendo di non scambiarsi regali il giorno di Natale, né, in fondo, di eliminare la possibilità o il piacere, ci mancherebbe, di addobbare alberi, porte e finestre. Fa parte dei nostri usi, delle nostre tradizioni. Lo si è sempre fatto, bene o male. Ciò di cui ci si dovrebbe rendere conto, però, è che ancora una volta abbiamo passato il limite, tappezzando intere città (e soprattutto interi centri commerciali) di fiocchi di plastica o peggio ancora di luci decorative già dall’inizio di novembre (e dovremmo in realtà ringraziare Halloween, perché sennò inizierebbero a metà ottobre)!

Chi ha stabilito questo limite? Il fatto che iniziare a parlare di Natale due mesi prima riduce notevolmente l’intensità della gioia che, almeno in teoria (e per i più fortunati), si dovrebbe provare durante le feste; i nostri stati d’animo quando pensiamo ai regali da fare, l’ambiente, che di consumismo non ne vuole più sapere, e soprattutto questa ormai arci-nota recessione, che imporrà un limite nel consumare anche a molti fra coloro che non si sono ancora accorti di averlo passato.

Nonostante gli sforzi di pubblicitari ed esperti di marketing, anche quest’anno le vendite non saranno ai livelli da loro auspicati. Ma va bene così. In questo modo riusciremo forse a ridare il giusto valore non solo ai beni materiali, ma al Natale stesso e a tutto ciò che rappresenta, sia a livello religioso che non. Ci aiuterà a capire che lo scambio del dono dovrebbe essere un piacere, un gesto spontaneo, non una forzatura che provoca ansie e imbarazzi. E ci ricorderà, forse, ciò che già il filosofo greco Aristippo diceva quattro secoli prima di Cristo: “La cosa migliore non è privarsi dei piaceri, ma possederli senza esserne schiavi”. Una massima che va ben oltre il Natale, perché può racchiudere ogni aspetto della nostra vita.