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Claudio Messora
Consulente per la comunicazione Movimento Cinque Stelle

L’impronta ecologica? All’Italia non interessa

Ci salviamo grazie all’Africa, all’America Latina e all’Australia. Per il resto, divoriamo il mondo come le cavallette in una piantagione di mais. Il mondo è in riserva: per viaggiare, consuma più benzina di quanta non sia possibile infilarne nel serbatoio. Il vecchio adagio “Quando l’ultimo pesce sarà stato pescato, l’ultimo albero tagliato, l’ultimo fiume avvelenato [...] allora l’uomo si accorgerà di non potersi mangiare il conto in banca” è sinistramente attuale, insomma.

Funziona così: i mari sono capaci di produrre un certo numero di pesci all’anno, le foreste ci mettono tot tempo a ricrescere, gli animali possono essere allevati non oltre un certo tasso di riproduzione e così via. Il Global Footprint Network mette insieme tutti i parametri e calcola la biocapacità della Terra, ovvero le potenzialità di cui il nostro pianeta dispone per produrre risorse nella finestra convenzionale di 12 mesi. A questa capacità viene associato il valore simbolico di “1 pianeta“. A livello mondiale, nel 1961 di pianeti ne consumavamo appena mezzo. La nostra impronta ecologica era leggera, lo sviluppo era sostenibile. Nella seconda metà degli anni ’80 abbiamo raggiunto il pareggio e oggi facciamo fuori un pianeta e mezzo all’anno. Secondo le previsioni più ottimistiche, entro il 2050 i nostri consumi supereranno abbondantemente la biocapacità terrestre di oltre due volte. Oltre alla Terra, ci faremo fuori anche Marte o Venere, insomma. Tra il 2300 e il 2400, se ci impegniamo, dovremmo già avere digerito l’intero sistema solare e potremo iniziare lentamente a sgranocchiare la Via Lattea. Il vero buco nero siamo noi, altro che balle!

Prima ancora che un problema di ordine etico o morale, qui si tratta di farsi furbi. Ogni paese ha diritto a svilupparsi almeno tanto quanto ogni uomo ha diritto a vivere e crescere. Se non è sostenibile, però, lo sviluppo indiscriminato paradossalmente conduce al risultato opposto: il collasso. Se mettete troppo lievito nel pane, anziché crescere di più, la pagnotta crollerà miseramente su se stessa. Quindi è nell’interesse di ogni singolo paese comprendere qual’è la sua biocapacità e come adattare i propri consumi e il proprio stile di vita per raggiungere la bio-indipendenza.

Mathis Wakernagel è il signor Overshoot-Day, la triste ricorrenza che ogni anno celebra il giorno nel quale ci siamo mangiati tutto e, fino al 31 dicembre, non un solo filo d’erba prodotto dalla Terra andrà a rimpinguare le nostre dispense. Mathis ha capito che se non ci faceva un disegnino, ideando un complesso sistema di valutazione e di calcolo, non sarebbe stato facile convincerci. Così ha fondato il Global Footprint Network e gira per il mondo mostrando ad ognuno quanto produce e quanto consuma, spiegandogli che, se è in deficit, tornare in pari è soprattutto una questione di convenienza economica.

Nel 2007, a fronte di una biocapacità di 1,1, l’Italia aveva già un’impronta ecologica di 5,0, con un deficit secco di 3,9, in larga parte dovuto all’emissione di gas serra. A pari merito, in Europa, si classificano Spagna, Svizzera e Grecia, mentre peggio di noi solo l’Olanda e il Belgio. Tanto per dare qualche termine di paragone, il Canada, con le sue sconfinate distese di natura selvaggia, presenta un saldo positivo di ben 7,9, così come l’Australia, mentre agli antipodi non potevano esserci che gli Emirati Arabi Uniti, con un deficit di 9,8 punti, il Qatar (8,0) e tutti quei posti come Dubai, costruiti su terre aride e improduttive, che per mantenere i loro sontuosi stili di vita devono poggiarsi esclusivamente sulla biocapacità del resto del mondo.

Il Global Footprint Network dalle nostre parti sta lavorando a un progetto che coinvolge i paesi dell’area mediterranea. Se ne interessano la Turchia, la Giordania, la Spagna, perfino il Marocco. L’Italia no. Al nostro Ministero dell’Ambiente non interessa sapere quale sia l’impronta ecologica italiana nè quanta dispensa possiamo ancora saccheggiare prima di essere completamente dipendenti dagli altri. Ammesso che agli altri avanzi ancora qualcosa e che noi si abbiano i soldi per pagare.

Ho incontrato Mathis Wackernagel a Milano, nel corso di un convegno organizzato a spese proprie da cittadini preoccupati. L’ho intervistato per voi. Guardate il video (abilitate i sottotitoli in italiano) o continuate a leggere.

Byoblu meets Mathis Wackernagel

Claudio Messora: Ciao e benvenuto su Byoblu.Com. Ho visto quei fantastici pianetini sul tuo sito web.

Mathis Wackernagel: Li vendiamo!

Claudio Messora: Quanto ci vorrà ancora prima che quei pianetini si esauriscano del tutto?

Mathis Wackernagel: Sì, sai, con lo sovrasfruttamento biologico è una discesa sdrucciolevole. Non è tipo: “all’improvviso collassi” o qualcosa del genere… Insomma, la pesca collassa in fretta, ma le foreste… puoi sovrasfruttarle per lungo tempo e si fanno sempre più rachitiche e brutte… oppure l’erosione che va molto lentamente e la produttività va giù ecc. Insomma, è una pendenza scivolosa, e questa discesa sdrucciolevole è già iniziata. Abbiamo sovrasfruttato le risorse planetarie per un po’ di tempo e in maniera più consistente da circa trent’anni più o meno. Alcuni paesi lo stanno già sperimentando in prima persona. Se pensi a posti come il Darfur o Haiti, sono aree dalle risorse estremamente limitate che non sono in grado, a causa di limitazioni finanziarie, di acquistare risorse da altri paesi, e così sono direttamente limitate da cio’ che è disponibile entro il loro territorio, con conseguenze drammatiche sul loro grado di benessere. Questo è quello che accade se non prendiamo il problema delle risorse seriamente.

Se invece lo prendiamo seriamente, potremmo vivere abbastanza bene. Voglio dire, considerate questo: oggi ci sono tante persone in sovrappeso od obese quante ce ne sono che muoiono di fame. E infatti ci sono più o meno tante persone che muoiono per l’obesità e per le complicazioni legate al sovrappeso quante ne muoiono di fame. Questo dimostra l’assurdità della situazione. Questo non è altro che il sintomo.. Ma se prendiamo la questione delle risorse sul serio e davvero iniziamo a pensare, come fossimo agricoltori, qual’è il nostro livello ottimale per il consumo di risorse? Perché se ne consumiamo sempre di più, e non ne abbiamo, ci scaviamo con le nostre mani una fossa. E il miglior consiglio che si può dare a chi si scava una fossa con le sue mani è “SMETTILA DI SCAVARE”! E per chiedersi cosa sta davvero succedendo, che cosa dobbiamo fare per uscire da quella fossa, un modo è quello di fare chiarezza sul nostro mondo e capire quanta natura abbiamo e quanta ne utilizziamo, e chiedersi se possiamo permetterci il deficit, se siamo in deficit, in un qualsiasi deficit ecologico. E se non possiamo, allora facciamo un piano e chiediamoci dove dovremmo andare.

Claudio Messora: I piani di cui parli dovrebbero tuttavia essere perseguiti a livello governativo perché, per esempio, ho fatto il vostro test per calcolare la mia impronta e il mio risultato è stato di oltre sei punti e mezzo.

Mathis Wackernagel: Questo significa che ci vorrebbero sei pianeti se tutti vivessero come te.

Claudio Messora: Si’. Così ho provato, perché mi sentivo in colpa, a modificare qualche parametro, in accordo con quello che ragionevolmente posso cambiare, e ho totalizzato un punteggio di 5.9! Quindi, innanzi tutto: qual’è un risultato accettabile per quel test? Secondariamente: qual’è stato il tuo risultato? …sempre che tu abbia fatto il test, ovviamente!

Mathis Wackernagel: Vado in bicicletta al lavoro, cuciniamo pasti vegetariani,

Claudio Messora: Ma prendi…

Mathis Wackernagel: …e prendo molti aerei! Quindi è tremendo! Se tutti vivessere come me, ci vorrebbero più pianeti di quanti ce ne vorrebbero se tutti vivessero come gli americani. E’ un triste bilancio, potresti dire… Ma il mio punto di vista è: dobbiamo veramente guardare qual’è l’interesse personale che viene leso quando non perseguiamo la sostenibilità. E in realtà sono proprio le organizzazioni, le istituzioni a non potersi spostare. Una città che non si prepara per il futuro, non sarà pronta per quel futuro. Un paese che non si prepara per il futuro, semplicemente non sarà pronto per quel futuro. Io ho gambe: posso andarmene. Una città e un paese non possono spostarsi.

Claudio Messora: Io credo che il problema, almeno qui in Italia, è che siamo così egoisti… Così pensiamo che quello che non produciamo, sia sufficiente comprarlo. Esportiamo i problemi.

Mathis Wackernagel: Come farete ad avere successo con questa strategia, sapendo che nel corso degli ultimi anni il potere d’acquisto dell’Italia, se comparato con la media mondiale, è in costante diminuzione? In un mondo sempre più ipersfruttato e con un deficit italiano sempre più vasto, intendo un deficit ecologico, quali sono i vostri piani, con un potere d’acquisto sempre inferiore, per trovare le risorse che vi necessitano? Non sembra essere un piano molto lungimirante. Ripensatelo!

Claudio Messora: Tu viaggi molto, e immagino parlerai con molte organizzazioni, sicuramente con molti governi… Hai avuto contatti con il governo italiano? Qualcuno ti ha dato retta in questo paese?

Mathis Wackernagel: Non siamo molto attivi con il governo italiano. Abbiamo fatto sapere al ministero dell’ambiente che ci sarebbe piaciuto realizzare una collaborazione di ricerca per verificare, per scoprire se i nostri numeri rappresentano realmente l’Italia in maniera accurata, e io penso che sarebbe nell’interesse del vostro paese sapere se siete in deficit oppure no. E’ un po’ come quando ti occorre di sapere quanto oro hai in banca, per esempio, no? Quindi penso che sarebbe una buona cosa per l’Italia. Nessuno si è ancora messo in moto, ma in compenso stiamo lavorando ad un progetto con i paesi del Mediterraneo, e alcuni di loro hanno mostrato un discreto interesse, per esempio il Marocco. C’è anche interesse da parte della Turchia, abbiamo conversazioni in corso con persone della Giordania, A dire il vero la Spagna ha riesaminato la sua impronta ecologica da sola, qualche anno fa, insomma: c’è un buon movimento! Voglio dire: ci sono così tanti paesi nel mondo, noi non ne facciamo una battaglia. Aiutiamo i paesi che vogliono avere successo, e quelli che vogliono semplicemente mantenere la loro attuale rotta, e pensano che sia una buona cosa per loro, gli auguriamo buona fortuna!

Claudio Messora: Spero che l’Italia non sarà tra quelli che non faranno niente. Come ti è successo di inziare a studiare queste cose e fondare la Footprint Network Organization?

Mathis Wackernagel: Credo che tutto affondi nella mia giovinezza. Quando avevo circa dieci anni, accaddero due cose: la prima è l’uscita di un libro dal titolo “Limits to growth” (limiti della crescita). Ho semplicemente dato un’occhiata a come si stava evolvendo il mondo se non avessimo avuto cura delle nostre risorse. Me l’ha mostrato mio padre, mi ha fatto vedere le curve e io ho realizzato che sarei stato vivo, che nel corso della mia stessa vita avrei vissuto cambiamenti radicali se non fossimo stati attenti, e questo, seppure bambino, mi preoccupò molto. Nello stesso tempo, nello stesso anno avemmo la prima crisi del petrolio. La Svizzera decise, come reazione, di istituire tre domeniche a piedi, una cosa molto eroica! A me, che ero un bambino, piacque molto. Furono tre giorni fantastici, veramente memorabili! E così, un futuro senza macchine, senza petrolio, agli occhi ingenui di un bambino sembrò una cosa estremamente positiva! Così pensai: perché il mondo non dovrebbe essere diverso? E probabilmente dovrà essere diverso!

E poi ebbi moltissime opportunità. Sono stato diverse estati in una fattoria, durante le vacanze, per capire meglio come funziona la natura come si lavora con le mucche eccetera. Questo mi diede modo di sviluppare più di un apprezzamento della nostra stessa dipendenza dalle risorse naturali. Credo che l’impronta ecologica iniziò a uscire fuori, nel dibattito, all’incirca ai tempi della Conferenza di Rio, [non comprendo] che per la prima volta portò la discussione sullo sviluppo sostenibile all’attenzione mondiale. Però, allo stesso tempo, non ebbero mai il coraggio di dire che abbiamo un solo pianeta a disposizione. Fondamentalmente, hanno dato una riverniciatina alle cose, hanno pensato che ogni cosa fosse stata sistemata e che questo era abbastanza. E’ buffo, dissero “tutto quello di cui abbiamo bisogno è uno sviluppo sostenibile”, ma andando a fondo e guardando i dettagli non c’era niente che si rapportasse ai vincoli sulle risorse. Una situazione davvero grave, ecco perché abbiamo pensato che, come contributo al dibattito, avere uno strumento che aiuti accuratamente a mostrare quanti pianeti abbiamo e quanti ne utilizziamo sarebbe un utile contributo.

Ora, si è forse trattato di un contributo un po’ lento, e parliamo di vent’anni fa. Abbiamo iniziato a lavorare con i governi e proprio come una giovane persona impaziente, non più così giovane a dire il vero, vorrei che accadesse tutto molto più in fretta perché prima ci diamo da fare, più sarà semplice. E’ come con i biglietti aerei, sai… Se attendi l’ultimo minuto a comprare il biglietto, ti costerà davvero tanto!

Claudio Messora: C’è stata anche qualche critica ai fattori che tenete in considerazione per calcolare…

Mathis Wackernagel: Certamente! Io lo spero, che vengano fuori delle critiche.

Claudio Messora: State lavorando per raffinare il modello e aggiungere nuovi valori?

Mathis Wackernagel: Io credo che la cosa più importante è che non siamo un organizzazione fideistica. Per favore, non credeteci sulla parola. Siamo un’organizzazione scientifica: metteteci alla prova! Insomma, le critiche ci sono sempre. Ci sono critiche valide, ci sono critiche sciocche, come sempre… Noi continuiamo a migliorare, e a tenere in considerazione le critiche. Miglioriamo sempre la metodologia, e potrebbe essere migliorata certamente di più, sicuramente! Ogni anno facciamo passi avanti, facciamo uscire una nuova edizione… Potremmo fare salti quantistici più grandi, se avessimo più risorse, ovviamente, ma in ogni caso il nostro metodo mostra solide tendenze, e anche se lo cambiassimo la storia non cambierebbe poi di molto, perché sopra ogni altra cosa crediamo che il nostro metodo sia piuttosto una sottostima dell sovrasfruttamento che è in atto, non una esagerazione. A mano a mano che i risultati saranno migliorati è più facile che i risultati mostreranno un’impronta ecologica più ampia e una minone biocapacità di base.

Claudio Messora: Ultima domanda: tu credi davvero che l’umanità imparerà la lezione in fretta e cercherà di cambiare strada?

Mathis Wackernagel: Io credo che in realtà si tratti di un messaggio di speranza, e cioè che se solo iniziamo a riconoscere i nostri stessi interessi più a fondo, potremmo ritrovarci in gran bella forma. Non è una battaglia perduta in partenza. Dobbiamo solo trovare le persone giuste, il messaggio giusto, e le cose possono cambiare abbastanza radicalmente. Per esempio, ci sono due paese nel mondo che sono radicalmente diversi da tutti gli altri paesi che hanno il petrolio, solo perché hanno avuto un’intuizione. NOn si tratta di ideologia, e neppure di pressione morale. E’ solo perché vedono il petrolio come un bene, una risorsa, e non come un guadagno. E semplicemente per questo, hanno rafforzato i loro conti in banca invece di spendere i soldi, e sono stati in grado di gestire le loro risorse molto di più a loro vantaggio piuttosto che essere prosciugati o cadere in cicli di dipendenza che preoccupano un paese come nel caso della Russia, del Venezuela, della Nigeria, o dell’Alaska per esempio, dove il denaro è stato semplicemente speso, se ne è andato e ora tutti ne sono più dipendenti. Quindi solo la visione giusta circa il significato di quello che è veramente di valore può fare una enorme differenza su come gestiamo le nostre nazioni.

Claudio Messora: Grazie per i tuoi sforzi.

Mathis Wackernagel
: Grazie anche a te per i tuoi sforzi,.


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