Era impossibile non fare caso alle lacrime che scendevano copiose sulle guance di Massimo Ciancimino in apertura dell’indimenticabile puntata di Annozero dedicata alla mafia e ai misteri delle stragi. Mai sulla tv di Stato un simile argomento era stato affrontato senza i consueti veli. I misteri sono la materia opaca che avvolge le stragi, fumogeni lanciati nel corso delle indagini, non appena si delinea una pista che possa far risalire ai mandanti. Qualcuno preferisce chiamarli segreti e in effetti il mistero è solo un derivato che prevale quando vengono occultate notizie indispensabili. Come conferma la conclusione del processo di Brescia che 36 anni dopo ha mandato assolti tutti gli imputati. E quando anche gli esecutori vengono condannati – siano i brigatisti rossi di via Fani o i corleonesi di Totò Riina – i mandanti la fanno comunque franca, e poco importa che sia condannato qualcuno di troppo, tanto si tratta di terroristi e mafiosi. Per anni ci siamo bevuti la storiella che era stato Prospero Gallinari ad uccidere Aldo Moro nell’affollata autorimessa di via Montalcini, per poi scoprire che era stato Moretti o chissà chi.

Da giorni mi chiedo, e certamente non sono la sola, quale sarà l’utilità dei boatos su Gianni De Gennaro, lo schizzo di fango (che non manca mai) sull’uomo che ha riportato in Italia Buscetta e che, consegnandolo – solo, disperato, reduce da un tentato suicidio per l’uccisione di figli e fratelli- a Falcone ha certamente avviato un processo di destabilizzazione del sistema politico (e mafioso), poi culminato nel 1992-93 con l’uccisione dello stesso Falcone e l’incriminazione di Andreotti. Un sistema marcio, ormai alla fine del suo percorso, da eliminare in nome della legalità. E se anche ciò facesse parte di un più vasto piano di destabilizzazione dell’Italia, decisa al piano attico del mondo, il ruolo di De Gennaro è stato questo e non poteva essere diversamente a meno che non si voglia dare la patente di ingenui fno alla morte non soltanto a Falcone e Borsellino, ma alle decine di poliziotti, magistrati – il fior fiore degli apparati investigativi antimafia – che a Palermo sono stati uccisi perseguendo lo stesso obiettivo.

Cosa abbia raccontato Massimo Ciancimino ai pm Ingroia e Di Matteo, se abbia davvero riconosciuto in foto il famigerato signor Franco, se De Gennaro fosse lui o il suo diretto superiore non si sa. Poi si è affrettato a precisare che ha rivelato soltanto quello che il padre mafioso insinuava, o forse si è lasciato condizionare da più recenti pressioni di usurai della ‘ndrangheta cui si era rivolto quando le banche gli hanno bloccato i fidi. In ogni caso il danno è fatto, Ciancimino ha delegittimato se stesso e così facendo ha danneggiato l’inchiesta sulla trattativa che a Palermo poggia sulle sue dichiarazioni. Istintivamente non credo che l’ex ragazzo sia manovrato, mi è più facile immaginarlo in preda alla paranoia che sempre si appropria di chi si trova a raccontare fatti devastanti, oppure ha dovuto fare marcia indietro su altri nomi.

La notizia è tanto improbabile quanto succulenta, un assaggio di prossimi, futuri veleni. Su Ciancimino jr, ma soprettutto su quella tormentata inchiesta sulla trattativa tra Stato e mafia che può portare a speculare sulle origini della Seconda Repubblica, sui nuovi intrecci politici mafiosi. E che da oggi sarà più difficile. Non si tratta di essere amici o nemici di Gianni De Gennaro, come già qualcuno distingue, la verità è che siamo di fronte a un canovaccio inconsistente in cui non c’è nulla che torni. La tipologia dei personaggi, i tempi, la stessa età dei protagonisti non coincide.

Che Ciancimino sia pilotato dall’esterno o sia soltanto vittima di un incidente di percorso poco importa. Una rivelazione del genere sarà comunque utilizzata come un fumogeno perchè in ballo ci sono le stragi. Le stragi di mafia sono diverse da tutte le altre, totalmente prive da alibi ideologici. Chi deve capire capisce, è una partita giocata all’interno di un sistema occulto. “Il labirinto degli dei” come lo definisce Ingroia nel suo libro. Una sentenza definitiva inchioda ad esempio Pippo Calò come mandante della strage di Natale del 1984, la prima. Quale fosse il movente ancora nessuno lo sa: un messaggio trasversale per il ritorno in Italia di Buscetta, una minaccia al Vaticano per i miliardi inghiottiti dal crack dell’Ambrosiano? Ma anche sulle stragi più recenti sono molti i pezzi che mancano.

Quella sera ad Annozero c’era anche Frank Di Carlo, l’unico boss ancora vivo presente all’incontro con Berlusconi e Dell’Utri a Milano e di questo si è parlato, perché è ciò che oggi interessa. Ma Di Carlo è anche l’unico che afferma di essere stato avvicinato nel carcere di Full Sutton in Inghilterra da agenti segreti che parlavano inglese e che volevano che lui indicasse qualcuno interessato a far fuori Falcone. Lui aveva fatto il nome di Nino Gioè, suo cugino, che poi in effetti ha imbottito di tritolo il tunnel di Capaci. Poi Gioè si è suicidato in carcere e Di Carlo, interrogato dal pm Tescaroli, a suo tempo dichiarò: “Non so se mio cugino si è suicidato, quando si hanno rapporti con i servizi bisogna stare attenti sempre…ti usano e poi ti lasciano”. Di Carlo racconta la verità? Penso di sì, ma chi può dirlo?

Gioè si suicidò a Rebibbia all’alba del 27 luglio 1993, poche ore prima che a Roma e Milano esplodessero le ultime bombe. Era stato lui a suggerire a Bagarella di colpire i monumenti, e a lui lo aveva suggerito tal Paolo Bellini, un tipo che da solo potrebbe riscrivere una decina di misteri d’Italia.

Ma vediamo i pezzi mancanti. Chi ha ucciso il procuratore generale della Cassazione Antonino Scopelliti nell’agosto 1992? Tutto è cominciato lì, ma nessun pentito sa niente di questo omicidio. Chi ha distolto i mafiosi dall’idea di uccidere Falcone a Roma per mettere in piedi la fantasmagorica scenografia di Capaci? Chi ha selezionato i luoghi delle stragi nell’estate 1993? Basta dare un’occhiata ai nomi: Via Fauro, via dei Georgofili, la basilica di San Giovanni, San Giorgio al Velabro, via Palestro. Una strategia di segnali incrociati che pochi sono in grado di leggere. In via Fauro c’era una sede coperta dal Sismi dove alloggiava quel Lorenzo Narracci, il cui nome appare e scompare dall’inchiesta su via d’Amelio. In piazza San Giovanni l’autobomba fu collocata davanti alla sede della Caritas presso il Vicariato, dove erano state coordinate tutte le spedizioni di denaro in favore di Solidarnosc. Nella chiesa di San Giorgio al Velabro, si sarebbero svolte riunioni dell’Ordine costantiniano di cui facevano parte Cossiga, il generale Tavormina (poi capo della Dia), il generale Siracusa (poi capo del Sismi). In via dei Georgofili la bomba venne collocata a 150 metri da un Centro massonico che faceva riferimento a Spadolini. In via Palestro l’ordigno scoppiò nei pressi dell’ufficio stampa della nuova obbedienza di Di Bernardo, maestro del Grande Oriente che “non voleva avere che fare con la campagna stragista”. E per finire l’ultima bomba, quella che non è esplosa nel gennaio 1984, era stata collocata in una Giulietta parcheggiata, vedi bene, in via dei Gladiatori.

Non so perché piangesse Massimo Ciancimino, forse avvertiva il peso dell’enormità di ciò che va raccontando, a prescindere dal signor Franco. E penso alla solitudine dei magistrati che lo ascoltano – a Palermo, Firenze, Caltanissetta – e che cercano di trarre dai suoi discorsi a volte sconclusionati, a volte reticenti, frammenti di verità. I pezzi mancanti.