di Alessandro Pezzella*

Martedi alla camera la riforma Gelmini ha fatto un ulteriore passo avanti verso una approvazione non condivisa dalla stragrande maggioranza delle voci del mondo universitario e studentesco; verso una approvazione che, tanto piu in una fase governativa instabile, lascerà l’università in una condizione normativa incerta data la grande onerosità in termini di decreti attuativi e deleghe previste dal ddl.

Cosa ha spinto ad una chiusura così sbrigativa la fase alla Camera in una Roma in stato di assedio? Quello che ha fatto da viatico alla riforma Gelmini è il suo spirito politico complessivo: questa riforma dell’università ha lo stesso codice genetico di Protezione Civile S.p.A. Si vuole cioè rendere disponibile o più disponibile una grande risorsa pubblica per gli interessi di pochi.

Il metodo è sempre lo stesso. C’e’una situazione difficile, l’università italiana è piena di problemi che la assediano, se ne fa un utile capro espiatorio per le difficoltà socio economiche del paese, si offre una via di uscita: introduzione di scorciatoie e meccanismi per il controllo delle risorse dalle università, esautorazione delle rappresentanze interne elettive negli organi di governo, imposizione di una struttura verticistica.

In sintesi: c’è emergenza, il sistema non funzione, lasciate fare a noi che non possiamo perdere tempo con controlli, condivisioni di scelte gestionali e politiche di didattica e ricerca. Protezione Civile S.p.A. in altra salsa.

Si leggono bene in quest’ottica tutti i principali interventi della riforma:

– ridefinizione del rapporto tra Senato accademico e consiglio di amministrazione, che vede il primo ridotti ad organo di cui al massimo si deve ascoltare il parere;
– introduzione nei cda di soggetti esterni alle università, per di più nominati e non eletti;
– eliminazione di figure a tempo indeterminato come i ricercatori con prevedibili ricadute nelle loro capacità di incidenza sulle scelte di indirizzo scientifico e didattico degli atenei.

La lista potrebbe continuare, ma il comune denominatore è lo stesso: ridurre la capacità di controllo delle università sulle risorse loro destinate.

Risorse che in ogni caso sono ridotte drasticamente e questo anche con la consapevole conseguenza di portare molti atenei nella condizione di emergenza che appunto giustifica poi la “riforma esautorante”.

Le conseguenze?
Le dirette: università pubblica piu piccola, ridotta offerta formativa (in un contesto in cui dovrebbe crescere), ridotta capacità di innovazione.

Le indirette: incremento delle iscrizioni alla università non pubbliche, ridimensionamento di un comparto occupazionale, facilitazione dell’accesso a risorse pubbliche per soggetti privati.

Prevedibile tutto questo, se tra i consulenti del ministro figura anche un Roger Abravenel, dal consiglio di amministrazione dell’IIT, istituto privato che assorbe fondi pubblici per restituire al paese una delle peggiori posizioni nelle valutazioni internazionali degli enti di ricerca.

Quello stesso Roger Abravenel che il lunedì precedente la discussione alla Camera in diretta su LA7 alla domanda se sia un bene l’approvazione di questa riforma in queste condizioni risponde: “non lo so”…

*Rete29Aprile