Ieri, nel giorno del passaggio alla Camera della contrastata riforma Gelmini, il Quadrato della Radio – associazione di persone che studia i problemi delle ICT in Italia – in un incontro tenutosi in Roma presso la sede Rai di via Teulada presenta in bozza uno studio sull’importanza dell’istruzione universitaria nel settore delle telecomunicazioni.

Sulla base di numerosi studi internazionali può considerarsi accertato che le ICT (Information and Communication Technologies), in virtù del loro ruolo di tecnologie abilitanti, generano ricadute rimarchevoli su tutto il tessuto economico e sociale. I benefici economici indotti si misurano in termini sia di crescita di produttività del sistema delle imprese che di aumento del numero di attività economiche. Le telecomunicazioni poi, specialmente quelle a banda larga e ultra larga, permettono anche di ridurre in misura sostanziale vari costi produttivi e la crescita di efficienza economica che ne deriva contribuisce anche all’aumento del PIL.

A supporto di queste affermazioni ci potremmo appellare a molti indicatori, tutti tra loro sostanzialmente concordi, ma basta forse un dato soltanto per dare la misura della crescita economica e di produttività legata alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione: secondo una stima della Commissione europea, infatti, ben il 40% della crescita economica dell’Unione può essere attribuito alle infrastrutture ICT.

Nei Paesi avanzati con un’economia fortemente basata sulle attività ad alto valore aggiunto come l’Italia, anche gli investimenti in formazione presentano un poderoso saldo attivo. La conoscenza è oggi un fattore primario di successo e un elemento di vantaggio competitivo essenziale per le imprese, in quanto capace di generare innovazione e di creare valore. Ma nell’odierna economia basata sulla conoscenza l’Italia spende solo il 4,5% del PIL nell’istruzione scolastica contro una media Ocse del 5,7% (tra i Paesi industrializzati solo la Slovacchia spende una percentuale inferiore). Nell’università, poi, la spesa media per studente, inclusa l’attività di ricerca, è di 8.600 dollari contro i quasi 13mila della media Ocse.

Secondo uno studio, realizzato da Ambrosetti nel 2009 per la Conferenza dei Rettori, la formazione universitaria nel decennio 2011-2020 potrebbe essere complessivamente in grado di generare per il Paese oltre 11 punti di PIL, ossia in media oltre un punto percentuale di PIL all’anno. Per comprendere meglio la portata di questo dato, basti pensare che nel decennio 1998-2007 il valore medio del PIL accumulato per anno dall’Italia è stato poco meno del 1,4%, dato questo che si può considerare sostanzialmente stabile nel periodo precedente alla grande crisi dei mercati che ha preso avvio nel 2008.

Dunque, se da un lato lo sviluppo dell’ICT comporta la crescita del PIL e dall’altro gli investimenti in formazione universitaria sono anch’essi in grado di indurre su una società industriale avanzata come la nostra benefici ampi ed economicamente quantificabili, tutto questo indurrebbe a ritenere che l’Italia debba prestare una particolare attenzione proprio all’alta formazione universitaria nel settore ICT quale fondamentale leva per generare una crescita poderosa e stabile del Paese.

Ma, si sa, l’Italia è il paese dei paradossi: uno di questi è la continua diminuzione di immatricolazioni di studenti in ingegneria delle telecomunicazioni e nell’informatica nel decennio trascorso. A questo grave fenomeno, che non risparmia nessun ateneo dai più piccoli ai principali politecnici del paese, corrispondono insufficiente impegno dell’università a cercare soluzioni, scarsa attenzione del mondo dell’impresa persino a capirne le ragioni, totale disinteresse del mondo politico e dei media. Nell’insieme ciò comporta anche un carente sforzo a fare comprendere a studenti e famiglie che la scelta di un percorso formativo in questo settore, al di là delle contingenze legate alla crisi economica, generale e di settore, rappresenta un investimento per il futuro degli stessi giovani e del Paese.

Ma quali sono i numeri del problema? Nel decennio 2000, le immatricolazioni ai corsi di ingegneria informatica sono diminuite del 24%, solo in parte compensate dalle immatricolazioni in scienza dell’informazione, mentre quelle in ingegneria delle telecomunicazioni sono addirittura scese del 60%, con una perdita di oltre mille nuove iscrizioni. I dati del recente rapporto Assinform 2010 mostrano che il mercato dell’ICT in Italia ha il rimarchevole valore annuo di circa 61 miliardi di euro con uno share di circa il 70% nelle telecomunicazioni.

Indubbiamente questa diminuzione degli iscritti in TLC dipende anche da fattori contingenti: uno per tutti, la crisi che Telecom Italia ha patito per tutti gli anni 2000 e la conseguente cattiva stampa che ne è seguita.

Ma un paese avanzato che punta ad avere un futuro non può limitarsi ad una visione miope. Chi studia lo fa per un futuro che si misura in decenni di attività professionale e dovrebbe essere aiutato ad avere una visione prospettica.

Se il Paese vuole riprendere a crescere, occorre perciò un’azione di recupero pronta ed energica nell’istruzione superiore nel settore ICT: data la complessità del problema, però, si richiede un intervento coordinato di tutti gli attori coinvolti: Università, Istituzioni, Imprese.

Lo studio del Quadrato della Radio “Riprendere a crescere con l’ICT: quale ruolo per l’università, le istituzioni e le imprese”, ieri illustrato in anteprima ai soci e che sarà presto pubblicato, mira a proporre soluzioni per assistere la crescita del settore delle telecomunicazioni, attraverso il potenziamento degli studi in ICT. Occorre riflettere che investire nell’alta formazione ICT – non solo denaro, ma anche tempo ed energie – è probabilmente il modo più efficace per stimolare la ripresa ed uscire dalla seria crisi economica globale che non ha risparmiato l’Italia. Ma occorre farlo ora.