Cortei, occupazioni, autogestioni. Non è certo una novità, perché si tratta di riti che resistono ad ogni ripresa delle lezioni, proprio di questi tempi ormai da quarant’anni. Ma che c’è di nuovo? Gli studenti sono tornati. E questa volta sono sotto tiro la Gelmini e la sua pseudo riforma. Ma come, e con quali prospettive? Per capire di cosa stanno ragionando i contestatori 2010, ci sembra interessante ascoltare direttamente la loro voce.

Scrive Francesca, una studentessa milanese dell’Istituto Statale Virgilio, la scuola superiore più affollata del capoluogo lombardo: “Ho 14 anni e frequento il liceo classico bilingue. In questi tre giorni il mio liceo è stato autogestito, nonostante la reale intenzione della maggior parte degli studenti fosse di occupare la scuola. Per diverse ragioni non ci siamo arrivati, ma molte altre scuole di Milano hanno fatto questa scelta. Succede perché gli studenti vogliono far presente la situazione in cui si trovano, vogliono farsi sentire”.

Una presa di posizione che Francesca spiega così: ”Io, se so queste cose, è soprattutto grazie alla scuola e ai collettivi che si sono tenuti a proposito della riforma. La scuola ha lo scopo di cercare di evitare l’ignoranza nelle generazioni future. Ora è come se il governo volesse farci rimanere ignoranti per meglio controllarci. La Gelmini ha tagliato i fondi, per poi stanziarli per la scuola privata, come è successo pochi giorni fa. Per di più il governo ha dato un notevole finanziamento all’attività militare ordinando sommergibili, aerei, armi… il cui il costo supera altamente i fondi tagliati all’istruzione. Allora, se il governo riesce a trovare questi soldi, perché li toglie a noi? Evidentemente si aspetta un futuro diverso per i giovani. Perciò gli studenti occupano le scuole e manifestano: non è che l’inizio, perché a noi questa situazione non va bene e stiamo lottando, cercando nuovi modi per farci sentire. Si sta anche organizzando una riforma fatta dal basso, cioè da quelle persone che ogni giorno vivono la scuola e ne sanno qualcosa di più di chi è all’esterno. Noi non ci arrendiamo”.

Tanta delusione, ma anche voglia di non rassegnarsi. Tanti interrogativi. Chi risponde? Dovrebbe essere innanzitutto il ministro. Ma non c’è da farsi illusioni: il confronto è fuori dal suo stile di governo, soprattutto se c’è aria di contestazione. Restano dunque gli interrogativi. Resta l’esigenza di capire. Ma non può essere solo una responsabilità del ministro. Che ne dicono presidi e professori? Altro interrogativo che è più difficile eludere. A meno che non si voglia creare nelle scuole un clima di incomprensione e di muro contro muro. Una bella sfida, insomma.