Marcello Dell’Utri non è stato il “mediatore” tra cosa nostra e Silvio Berlusconi solo per proteggere la famiglia del presidente del Consiglio, e in Sicilia i ripetitori Fininvest e i magazzini Standa, in cambio di tanto denaro, naturalmente. Marcello Dell’Utri ha usato cosa nostra per far avere soldi in nero a Publitalia, la cassaforte pubblicitaria del biscione, di proprietà del presidente del Consiglio. A scriverlo sono i giudici della Corte d’appello di Palermo nelle motivazioni di condanna a 7 anni per il senatore Pdl, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.

La vicenda risale al 1991-1992 e riguarda una sponsorizzazione della “pallacanestro Trapani”. Al proprietario della squadra, Giuseppe Garraffa, è stato chiesto di pagare, in nero a Publitalia ( Dell’Utri allora era il presidente) 530 milioni di lire. Quasi il 50% della sponsorizzazione concessa dalla Birra Messina. A fare la richiesta, che non prevedeva un rifiuto, non fu solo Dell’Utri, ma anche il capomafia di Trapani, Vincenzo Virga.

Una storia questa, che giudiziariamente non è ancora chiusa. Anzi la Cassazione il 28 maggio scorso l’ha riaperta. La suprema Corte ha annullato con rinvio la sentenza d’appello di Milano. I giudici di secondo grado avevano derubricato l’accusa di tentata estorsione in minacce gravi e pertanto avevano dichiarato prescritto il reato. Secondo la Cassazione appare “insuperabilmente contraddittorio argomentare della sussistenza della minaccia che costituisce elemento costitutivo del delitto di tentata estorsione, ma al tempo stesso affermare che essa non avrebbe avuto ‘sicura natura estorsiva’ e, contestualmente, ritenere che poiché a quella minaccia – di fatto – non ne erano seguite altre, il tentativo di estorsione si era “estinto” per desistenza volontaria”. Dunque il processo è da rifare.

Ma secondo i giudici di Palermo, comunque, il “fatto storico” è ormai accertato ed è per questo che lo inseriscono nella sentenza, con diversi dettagli, per motivare il “contributo” di Dell’Utri al mantenimento e al rafforzamento di cosa nostra.

Ricordano i giudici: “…Il Garraffa aveva riferito che dopo l’accredito della seconda rata di 750 milioni di lire gli era stato richiesto di versare, in contanti ed in nero, altri 530 milioni a titolo di ‘provvigione’ senza emissione di fattura seppure richiesta e con l’invito a risolvere se del caso la questione direttamente incontrando il Dell’Utri. Nel corso dell’incontro, avvenuto tra la fine del 1991 o i primi giorni del 1992, nella sede di Publitalia a Milano, il Dell’Utri aveva ribadito al Garraffa che non sarebbe stata rilasciata alcuna fattura a fronte della ‘provvigione’ richiesta, rammentando nell’occasione al suo interlocutore che ‘…i siciliani prima pagano e poi discutono…’ e che avevano comunque ‘uomini e mezzi per convincerlo a pagare’.

Si legge ancora dalle motivazioni: “Qualche mese dopo, comunque prima dell’elezione al Senato del 5 aprile 1992, il Garraffa aveva ricevuto presso l’ospedale di Trapani ove era primario, la visita di Vincenzo Virga accompaganato da Michele Buffa, che gli aveva chiesto se fosse possibile risolvere la questione con Publitalia, aggiungendo, alla richiesta del medico di sapere chi lo aveva ‘mandato’, che si trattava di ‘amici’, menzionando infine proprio il Dell’Utri”. A confermare l’intervento di Virga e dello stesso Dell’Utri, anche il pentito Vincenzo Sinacori, ex reggente del mandamento di Mazara del Vallo. Ha raccontato che il capomafia della provincia di Trapani, Matteo Messina Denaro, lo incaricò di parlare con Virga per chiedergli di “parlare” con Garraffa perché saldasse il “ debito” con Publitalia. E Virga, ricorda Sinacori, poi gli confermò di aver assolto il compito.