Mi sto per lanciare in un’analisi sull’esilio calcistico e umano di Antonio Cassano.

Però devo fare alcune premesse. Anzi, temo che le premesse saranno il succo di quello che sto per dirvi.

La prima, la più importante: tifo Sampdoria da quando ho iniziato a capire di calcio. Avevo 5 anni quando Vialli e Mancini facevano scorribande, 8 quando la Sampdoria perdeva contro il Barcellona in finale di Coppa dei Campioni. Dunque non sono oggettivo.

La seconda: sono di Bari, la città di Antonio Cassano. Un altro motivo per cui il mio racconto potrà apparirvi inaffidabile.

Nella mia città Antonio Cassano è un motivo di vanto. E lo è anche da parte di chi cerca, pubblicamente, di distanziarsi dalle sue scelte, dal suo essere fuori dagli schemi, dai suoi comportamenti poco rispondenti alle attese della nostra opinione pubblica. Chi ha vissuto a Bari sa perfettamente in che contesto è cresciuto e lo guarda con simpatia e affetto.

Ritengo che Cassano non potrebbe vivere in nessun’altra città che non sia Genova. Anche i calciatori hanno il diritto di desiderare che le loro scelte non siano guidate dal denaro o dal successo. La fase della sua vita in cui era prioritario il riscatto sociale, quella degli eccessi cercati ossessivamente per colmare gli eccessi (in giù) della sua infanzia, Antonio, l’ha già vissuta. Ha dimostrato a se stesso che lui può avere tutto: le donne, le macchine, le prime pagine dei giornali (un’espiazione quasi totalmente legata a Fabio Capello e al Real Madrid). Ha saldato il conto e ora è tornato sulla Terra.

Per questo io gli credo quando dice che oggi sta bene, che ha trovato la sua dimensione, che sua moglie gli ha cambiato la vita. Se voi, invece, ritenete che questo sia un sogno da tabloid, tenete a mente tre cose. La prima: Genova è troppo simile a Bari per lasciare indifferente Cassano. Entrambe città di mare, città emotive, città dove si mangia bene e si vive meglio. La seconda: sua mamma, la signora Giovanna, vive là. Dunque, approva. E sappiamo quanto questo sia importante.  La terza è che Genova non è Bari, pur assomigliandole. Lo abbraccia ma non lo soffoca. Il bene che la città della Samp gli non è tale da impedirgli di vivere.

Quando ho ascoltato per la prima volta della lite tra Cassano e Garrone ho riso. Pensavo fosse un malinteso. Quegli insulti che il mio concittadino avrebbe proferito verso il Presidente della Sampdoria fanno parte del nostro vocabolario, si usano tra amici per prendersi in giro. Quando dici a qualcun altro “figghie de becchine” (leggenda vuole che sia questo l’epiteto a far precipitare il rapporto tra i due), non stai davvero immaginando la mamma del tuo interlocutore intenta a offrire piacere seriale a uomini dall’identità indefinita.

Garrone, che ovviamente non può saperlo, ha preso tutto alla lettera. I giorni sono passati e la situazione non è rientrata. Alla sottovalutazione del disastro è succeduta la dietrologia: Cassano e Garrone si sono messi d’accordo: adesso il calciatore va fuori rosa, si aspetta gennaio e lo si vende al miglior offerente.

Poi è iniziato il mio personale (e, ne sono certo, non solo mio) dramma. Ho letto degli insulti. Poi ho letto della litigata. Poi ho ascoltato le parole di Antonio, delle difficoltà con la moglie incinta. Poi mi sono rimesso nei panni di Garrone, l’unico a credere nel numero 99 quando sembrava che i suoi eccessi gli avessero fatto fondere il motore, l’unico che lo ha sempre difeso anche l’anno scorso, quando alla fine fu Gigi Delneri ad avere ragione; l’unico che, per tutte queste ragioni, ha diritto di offendersi a morte.

Il padre e il figliol prodigo non hanno più fatto la pace. Cassano ha chiesto scusa, è pronto a tagliarsi lo stipendio. Comportamenti non tipici del suo carattere. Garrone sa di non poter creare un precedente nello spogliatoio, non può esercitare una strana forma di doppia morale, perché gli effetti sarebbero imprevedibili.

Per questo continuo a vivere una strana forma di rincoglionimento: da un lato sono tranquillo perché credo che l’allarme rientrerà, dall’altro leggo le frasi di Garrone, le richieste di rescissione di contratto, fredde e burocratiche, i collegi della Lega Calcio chiamati a decidere e mi sembra di vivere un brutto sogno.

L’altro ieri ho avuto un guizzo, che poi è il motivo per cui ho deciso di scrivere. Garrone dice di Cassano: “non è maleducato, è ineducato”.

Ecco. Dopo 4000 battute sono arrivato al succo. Presidente, lei ha già perdonato Cassano, solo che non lo sa. Lo deve razionalizzare. Una persona che non sa fare una cosa non può essere punita con la stessa durezza con cui è corretto redarguire chi ha una competenza e la usa in modo scorretto o improprio. Con il pugno duro, sino ad ora inappuntabile e doveroso, gli ha già dato una lezione. Se vuole un ragazzo (più) educato, le assicuro, da barese, che ha già fatto quello che serviva.

Gli faccia un colpo di telefono, scenda con lui nello spogliatoio, le chieda di dire scusa, davanti a tutti, ai suoi compagni, che ha lasciato soli un’altra volta dopo i due mesi di ferie della scorsa stagione. In quella stessa occasione chieda alla squadra se questa vicenda non rappresenti, per loro, un precedente. Già me li vedo, Pazzini, Palombo e mister Di Carlo, uniti nel difenderla e, subito dopo, nel lanciarsi su Cassano per dargli una “calata” (un forte schiaffo sul collo in segno di scherno). Per esplodere poi, tutti insieme, in una risata liberatoria.

L’Italia è il paese del perdono. Chiudiamo un occhio con tutti, anche quando non se lo meritano. C’è gente che non lascia i posti di comando da anni pur comportandosi in modo molto più insultante dell’ineducato Cassano.

Lei ha sempre detto che ha il talento di saper sostituire i suoi dirigenti in uscita con professionisti ancora migliori. Continui a fare così: sostituisca il Cassano pre-incidente con quello post-incidente. Non si pentirà.