Wall Street, il primo cult di Oliver Stone post crisi finanziaria 1987, mise in scena la versione moderna dell’american dream del mondo finanziario d’allora. Al posto di stivali & revolver le bretelle & tiracche di Wall Street, ispirando generazioni di broker che scimmiottano i protagonisti del film. “All’improvviso tutti portavano le bretelle, i capelli all’indietro – ha dichiarato un banchiere al Financial Times – e leggevano l’arte della guerra di Sun Tzu”. Così vanificando il supposto messaggio moraleggiante di Oliver Stone figlio di un noto agente di borsa.

A Michael Douglas l’interpretazione di Gordon Gekko valse l’Oscar come miglior attore protagonista, il film divenne cult tra i broker e le business school, riscuotendo consensi proprio nel milieu che Stone intendeva stigmatizzare. Come del resto era già successo al Padrino di Francis Ford Coppola che, più che colpire la Mafia, riuscì a sedurre l’immaginario degli stessi mafiosi i quali in seguito a quel film, scoprono la loro immagine criminale grazie a pellicole che la criminalità vorrebbero denunciare (Roberto Saviano).

Nel nuovo Wall Street, il denaro non dorme mai, Oliver Stone sembra non tener conto del fatto che oggi il mondo della finanza, con la crisi da essa stessa generata, appare molto meno affascinante di quello della fine degli scintillanti ma spietati ’80.

E così Gekko-Douglas si ripresenta sulla scena dell’agone finanziario con un approccio moderato da otto anni di carcere, tentando di metter in guardia dalla batosta finanziaria prossima ventura, in seguito alla quale la finanza venne letteralmente salvata dal governo di George W Bush prima e da quello di Barack Obama poi, suscitando reazioni indignate dall’elettorato statunitense che nelle prossime ore finirà col ridimensionare il peso politico dell’attuale presidente.

Tanto è vero che Joe Klein del Time su l’Internazionale n.868, rivela che ”gli americani sentono che il ruolo fondamentale della finanza è stato travolto. I finanzieri si sono arricchiti sulla pelle dell’industria manifatturiera, hanno sottratto i migliori cervelli al settore produttivo per dirottarli verso la creazione di nuovi strumenti finanziari che, come ha dichiarato l’ex presidente della Federal Reserve Paul Walcker, non hanno aggiunto nulla al PIL degli Stati Uniti”.

Gordon Gekko dunque, uscendo di galera con un best seller che presenta a un consesso di aspiranti broker con questa battuta: “Una volta ho detto che l’avidità è giusta. Oggi è diventata legge”. Forse perché la morale dei giovani amerikani, non combaciando con la loro etica, non viene considerata nemmeno come opzione surrettizia.

Gordon Gekko ormai ai margini della comunità finanziaria, tenta di mettere in guardia Wall Street dall’arrivo dell’attuale crisi ma nessuno lo ascolta. E allora al nostro eroe non rimane che riallacciare i legami con sua figlia Winnie (Carey Mulligan), legata sentimentalmente a Jacob Moore (Shia Labeouf), giovane broker deciso a diventare un protagonista del ghota della finanza ma non a sacrificare l’amore sul tempio del dio denaro.

Il sequel di Wall Street appare meno convincente del precedente, perché assumendo tonalità ambigue corrispondenti alle vacue posizioni politiche del regista, Stone ne aveva dato ampio saggio sia nel documentario Looking for Fidel, una vergognosa intervista a Fidel Castro in cui non v’è ombra della dissidenza che si oppone al babbione cubano, come del resto anche nel documentario South of The Border, sull’avventura di Hugo Chàvez, l’altro dittatore latino americano.

Alla fine Gordon Gekko, interpretato da un Micheal Douglas in forma splendente, si vendica innanzitutto perché rinnova le sue scorrerie nella praterie finanziarie controllate da un pugno di vincenti contro milioni di fottuti, finiti & falliti dei quali nel film non v’è traccia. E infine, perché fottendo (leggi inducendo) la sua melensa figlia, la classica alternativa che pensa di correggere il mondo con pappettine (macro o micro bio(e)tiche) e con im/probabili energie alternative, ma che però finisce per accettare attonita lo status quo di un supposto capitalismo che, avendo dimenticato Max Weber, si trova nell’imbarazzante ma lucrosa posizione di farsi salvare dal suo nemico storicamente sconfitto, lo statalismo più o meno socialista.

Peter Salomon, 72 anni, veterano di Wall Street alla testa della Lehman Brothers, al Financial Times dichiara” Oggi quando vai a una cena, almeno due o tre colleghi che siedono alla tua tavola sono stati in galera”. Questo mentre noi ancora non sappiamo se Callisto Tanzi sconterà o non sconterà la sua condanna in regime domiciliare presumibilmente parmense.

L’estate scorsa, un banchiere svizzero al quale chiedevo lumi su questa crisi finanziaria, mi disse che nonostante il permanente scangeo la finanza è rimasta tale & quale. “Si continuano a immettere sul mercato prodotti finanziari di cui nemmeno noi addetti conosciamo il background e il funzionamento, si continuano a corrispondere bonus per prodotti finanziari quanto meno dubbi, così perpetrando lo stesso processo perverso in cui rischiamo di affogare per sempre”. In bocca al lupo a noi tutti.