Il 1° novembre del 1921 nasceva Mario Rigoni Stern. Ieri 1° novembre 2010 siamo stati in tanti a ricordarlo e a sentirne la mancanza. Mi piace pensare ancora al Mario attraverso un romanzo a me molto caro: “Storia di Tönle”. Un profondo e umano no a ogni guerra.

Ho sempre trovato inspiegabile come la follia di pochi riesca a incidere sulla vita e sulla quotidianità di molti. E ancora più inspiegabile è come i molti, si sottomettano con fervore a questa follia.

Durante la guerra nei territori della ex Jugoslavia vidi una scena: un pastore che costruiva, mattone su mattone, la sua nuova e povera casa affianco alla precedente abbattuta da un bombardamento. Quell’uomo poco aveva prima della guerra e ancora meno aveva al termine. Che senso aveva per quel pastore essere sotto la Jugoslavia o sotto la Croazia? Pecore portava al pascolo prima e pecore porterà al pascolo poi.

E’ questo l’enigma che si perpetua da sempre: perché i poveri ubbidiscono a chi comanda loro di uccidere altri poveri?

In questo insolubile stato delle cose il romanzo “Storia di Tönle” di Mario Rigoni Stern è da leggere.

Tönle, il protagonista del romanzo, è l’ultimo baluardo di speranza. Il suo attaccamento alla propria terra è meraviglioso. Tönle rappresenta la vera anima di un’Italia contadina che ha resistito contro la guerra e contro la barbarie in generale. Tönle muore, sconfitto non tanto dagli eventi della prima guerra mondiale, quanto dall’età che lo fa stanco di lottare. Ma da questa sconfitta esce a testa alta. Tönle è un nobile perdente come certi personaggi di Mutis. La guerra travolge tutto: la vita degli uomini e quella della natura. Non ha resistito alle bombe il ciliegio sul tetto della sua casa e non ha resistito il suo orto sconvolto da profonde buche che in superficie al posto della terra nera e grassa hanno riportato i sassi bianchi come ossa.

Perché morire per gli interessi del potente di turno?

Se per le strade del mondo qualcuno moriva sul lavoro non era come sul campo di battaglia: si lavorava per necessità proprie e dei famigliari mentre sui campi di battaglia ora si moriva per niente.

E ancora: “Per i generali, pensava, fare la guerra è il loro mestiere, anche se fare ammazzare la gente è il mestiere più brutto, ma sparare per ammazzarsi tra povera gente. E poi per chi? Questo pensava Tönle guardando le sue pecore, tirando nella pipa e ascoltando il cannone oltre il monte.

E mentre la Storia con la “S” maiuscola fa il suo corso, i pensieri di Tönle suonano alti nello splendore di una natura violata ma non sconfitta. Le meditazioni sulle stagioni, sul lavoro, sul bosco, sugli animali del “Nostro Tönle”, immergono la sua storia tra mille ruscelli, tra larici fioriti e canti di urogalli.

Tönle è l’amore per il proprio luogo di nascita, per le proprie radici. E’ come se, per una volta almeno, la grande Storia cedesse il palcoscenico alla piccola storia lasciando intravedere ciò che resta dopo la barbarie. Non volti o dichiarazioni di generali vinti o vincitori, ma la quotidianità devastata dei piccoli uomini, di quelle briciole rimaste sul tavolo dopo che tanti hanno banchettato. I morti di una guerra, visti dai tavoli della politica, sono “statistiche”, visti da vicino sono il male che l’uomo compie sull’uomo.

E così la “memoria” per Mario Rigoni Stern diventa uno sguardo su un futuro migliore. Una visione utopica, direbbe qualcuno, ma se non speriamo o sogniamo nemmeno un mondo migliore, perché continuare a vivere?

E in questa ricerca di rinascita dell’Uomo la Storia, così trionfalmente presentata nei libri, è smascherata e restituita a quel che realmente è: la morte dell’uomo.