La copertina de "I dieci passi"

La sfida per una società più giusta non si conduce solo nelle aule dei tribunali, ma comincia nella vita quotidiana, e – perché no? – anche sui campi di basket. È il senso alla base del libro “I dieci passi. Piccolo breviario sulla legalità”, di Flavio Tranquillo e Mario Conte (Edizioni Add, 2010), nato dal confronto tra un giornalista sportivo di Skysport, specializzato nella pallacanestro e interessato alle vicende del crimine italiano, e un giudice al Tribunale di Palermo, autore della sentenza “Addiopizzo quater”, ma anche sportivo appassionato e fondatore della Nazionale Basket Magistrati.

“Ci siamo conosciuti a una partita di pallacanestro della squadra dei giudici”, racconta Tranquillo. “Ogni anno fanno un match in ricordo della strage di Capaci”. Quel giorno, il 23 maggio 1992, il giudice Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e tre agenti della scorta morirono in un attentato di Cosa Nostra. “Non mi ero accorto di quanto stesse accadendo”, ricorda il cronista che da allora ha cercato di superare quello sconforto approfondendo meglio le questioni di mafia. Ad aiutarlo, negli ultimi anni, c’è stato l’amico magistrato, con cui è nato questo libro: “L’abbiamo scritto pensando ai nostri figli, anche se molte persone hanno lacune da colmare sulla materia”.

I dieci passi citati nel titolo (dialogo, legalità, società, soldi, doveri, sport, informazioni, giudice, processo e mafia) fanno riferimento a due espressioni che riconducono allo sport e alla mafia. Da una parte c’è la regola dei passi nel basket, ma dall’altra ci sono soprattutto i “cento passi” di Peppino Impastato, quella distanza tra la casa della sua famiglia e la dimora di Tano Badalamenti. “Anche noi come Peppino Impastato pensiamo che senza memoria e fantasia questa guerra (contro la mafia, ndr) non si possa vincere”, scrivono.

Così, per alimentare la memoria, si parte col ricordare il periodo in cui lo Stato sottovalutava la mafia considerandola come un fenomeno marginale, fino agli assassini del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e di Pio La Torre, due decessi a cui la politica rispose con la creazione della legge 416 bis del Codice penale, con cui si istituisce il reato di “associazione a delinquere di stampo mafioso”. Si passa in breve dalla storia della mafia “punciuta”, quella basata su legami di sangue, alla mafia bianca, quella che coinvolge vertici aziendali, amministratori e politici. Ma si parla anche della situazione della giustizia, della professione di giudice con i suoi compiti e le sue regole, e dei processi.

C’è anche spazio per episodi della vita comune, “perché la mafia nella nostra vita di tutti i giorni ci entra, anche senza invito. E far finta di nulla non ci piace affatto”, scrivono i due nell’introduzione. Per questo Tranquillo e Conte fanno il tifo in modo sfacciato per la legalità e per quest’ultimo motivo “è un libro sfacciatamente partigiano”.

Affinché la “vita di tutti i giorni” sia all’insegna della legalità lo Stato – spiega Conte introducendo il concetto di bonus pater familias– “deve intervenire come un genitore nei confronti dei propri figli. Spiegando che le regole vanno rispettate senza se e senza ma. Per non doverne pagare le conseguenze che ricadono su tutti noi e non solo sul trasgressore”. È importante che la società non si rassegni, sottolinea, perché la cosa più pericolosa è “il silenzio degli onesti”, per dirla con Martin Luther King. All’interno della società lo sport ha molto da insegnare “perché ti abitua alla sana e leale competizione”, sostiene Conte ricordando Pierre De Coubertin, l’inventore delle Olimpiadi moderne. Valori come “Verità, Giustizia, Legalità” vengono trasmessi dalla pratica sportiva, eppure negli ultimi decenni vengono calpestati nel nome del risultato e del denaro. Un’immagine dell’Italia moderna, insomma, e dieci riflessioni per i prossimi giorni.

Il libro verrà presentato a Milano mercoledì 3 novembre alla “Libreria del Corso San Gottardo”, in corso San Gottardo 35, con Umberto Ambrosoli.