In Italia, e che diamine, le indicazioni di voto le avrebbero date con più discrezione. In Giappone no. Perché la yakuza, la mafia nipponica, decise nel 2007 di fare addirittura un endorsement sul cambio di “casacca”. Per cinquant’anni i capi – gli oyabun – avevano appoggiato i liberaldemocratici (Ldp). Tre anni fa fiutarono il vento che cambia e ordinarono: si vota per il Partito Democratico, che in Giappone si chiama Dpj. Per la cronaca, il Dpj ha stravinto. Il diktat elettorale è stato imposto con un clamore tutt’altro che sotterraneo alla vastissima rete territoriale mafiosa della Yamaguchi-gumi, ramo yakuza operativo a Tokyo (40mila affiliati contro, per capirne le dimensioni, 1300 fedelissmi di Cosa nostra a New York). Come ricostruisce il World policy journal, per disperazione la federazione giapponese degli avvocati (Nichi-benren) ha chiesto al governo di smetterla di legittimare i 22 gruppi di yakuza mettendoli fuorilegge. Giacché fuorilegge non sono. In Europa si può prendere ad esempio il caso di Batasuna, braccio politico dell’Eta, di cui soltanto l’anno scorso è stata confermata l’illegalità sancita nel 2003 dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Non è difficile immaginare il peso politico della yakuza nel nuovo Giappone di segno democratico. Se non pasce proprio alla luce del sole certo l’organizzazione dei tatuati non si ritrae nell’ombra: secondo il Wp journal vanta uffici, biglietti da visita, addirittura riviste specializzate. Una zona di collusione o invasione con parecchie sfumature di grigio.

Gli analisti finanziari avrebbero stimato che il 40 per cento dei prestiti pubblici alle piccole imprese finisce nella casse di società targate yakuza (il 40%! altro che legge 488 e finanziamenti a pioggia…). Senza contare la massiccia presenza in Borsa. Il dipartimento della polizia metropolitana di Tokyo pubblicò persino una black list con centinaia di nomi di società quotate in odore di yakuza. Tirando le somme: nessun giapponese si sogna di dire “yakuza non esiste” perché la sua rilevanza pubblica è enorme. Nessun giapponese, o quasi, può non sapere della pervasività e del controllo dell’organizzazione sulla vita politica e sociale. Al contrario, dalle nostre parti, è sempre possibile che un italiano che non ha mai assistito a un fatto di sangue o ad un’estorsione resti convinto, convintissimo, che magistrati e giornalisti esagerino. La mafia? Mica esiste. Si faccia almeno un periodico trimestrale, poi ne parliamo.

Di Alessandro Chetta