Non solo lavoratori e produttività. I problemi della Fiat in Italia sono anche altri. Dopo le polemiche sorte in seguito all’accordo di Pomigliano, alle liti tra sindacati alle dichiarazioni di Sergio Marchionne, il dibattito sul futuro e sullo sviluppo della casa automobilistica torinese sembra incentrato sul costo del lavoro. Eppure due docenti di economia all’Università di Torino, esperti di industria automobilistica, Giovanni Balcet e Aldo Enrietti, sostengono che si debba spostare l’attenzione su altri fattori per migliorare la produttività degli stabilimenti italiani, che non portano “nemmeno un euro dei due miliardi” di utile previsto, stando l’amministratore delegato del Lingotto.

“A me sembra che in questo momento ci si concentri sull’organizzazione produttiva e sindacale, ma Marchionne stesso tempo fa disse che questo costo incide del 7-8% sul totale”, afferma Aldo Enrietti. “La questione non è solo da imputare ai lavoratori, che sono accusati di essere assenteisti, ma anche alle scelte di cosa produrre e dove”.

Anche Giovanni Balcet, autore di molte ricerche sulle strategie della Fiat a livello mondiale, non crede che il problema della globalizzazione possa essere interpretato “come un’unificazione dei mercati, in cui contano essenzialmente solo i differenziali nei costi del lavoro. Oggi – continua – l’oggetto della contesa non è tanto il costo del lavoro, quanto la sua produttività, la sua organizzazione e la questione della flessibilità”. Ma non solo. “Contano i volumi prodotti, la qualità e l’affidabilità dei modelli, le innovazioni di prodotto e di processo, i livelli di automazione, il marketing, la logistica”. Enrietti si concentra soprattutto sul “tipo di vetture da produrre in Italia. Bisogna realizzare veicoli di successo ed elevati volumi, ciò che succede in Polonia con la Cinquecento e la Panda, le cui vendite saturano la produttività. A Mirafiori invece si producono circa 170 mila auto di 4-5 modelli”.

Già, la Polonia, “dove – dice Marchionne – i nostri 6.100 dipendenti producono oggi le stesse auto che si producono in tutti gli stabilimenti italiani”.
“Il confronto è pertinente”, spiega Balcet “perché gli stabilimenti Fiat in Polonia sono integrati, con quelli italiani, nella macroregione europea”. Tuttavia da noi si fa sentire “l’impatto della crisi, la cassa integrazione e il basso livello di utilizzo degli impianti italiani nel 2009, anno a cui si riferiscono i dati”.

Lo spostamento della linea produttiva della piccola utilitaria Fiat a Pomigliano potrebbe essere una scelta buona per rendere l’Italia più produttiva e redditizia per l’azienda: “La Panda è un prodotto che fa volumi elevati – dice Enrietti -. Se ha successo come lo ha avuto finora si produrranno 270-280 mila vetture di un modello solo in un solo stabilimento. Lì il discorso della produttività può funzionare, come funziona a Melfi, lo stabilimento di punta in Italia, che sta nelle classifiche di produttività a livello internazionale”.

Da qui ad arrivare a emulare lo stabilimento Volkswagen a Wolfsburg, però, ce ne passa. “Nel 2009 ha prodotto più veicoli di tutti gli stabilimenti italiani nel loro insieme”, spiega Balcet, il quale specifica che si tratta di “un esempio di razionalizzazione e di alta produttività, in presenza di salari molto elevati e forti livelli di automazione. Anche il livello di istruzione e di formazione professionale dei lavoratori conta”

Wolfsburg “è la dimostrazione che non è solo il costo del lavoro a determinare la produttività. Se fosse questo il discorso, la Francia e la Germania avrebbero già sbaraccato”. Un elemento che caratterizza la fabbrica tedesca e la produzione di vetture di successo, “ma anche dal rapporto di cogestione e codeterminazione coi sindacati, che sono coinvolti nei processi”, ricorda Enrietti. Gli fa eco Balzet, che sottolinea la motivazione dei lavoratori e il loro coinvolgimento sul lavoro. “E una politica industriale degna di questo nome non guasterebbe”.

Politica industriale che però sarebbe difficilmente replicabile in Italia, dove ci sono conflitti tra azienda e sindacati o tra i sindacati stessi. “Non è possibile realizzarlo anche perché non c’è un quadro legislativo favorevole in Italia – afferma Enrietti -. Inoltre l’azienda ha deciso una strategia di imposizione. Non è nella direzione di uno scambio con le organizzazioni sindacali, cosa che implica una trattativa, ma è un un prendere o lasciare”.

Sull’idea lanciata da Marchionne di aumentare i salari i due docenti sono concordi: “E’ auspicabile, necessario e possibile, in funzione dell’aumento della produttività e grazie ai processi innovativi”, dichiara Balcet, mentre a Enrietti “sembra sensato l’aumento dei salari se cambia l’organizzazione, ma da qui a dire che potranno salire a livello dei paesi vicini ce ne passa…”

Andrea Giambartolomei