Caro Polaris,

Siamo stati incuriositi dal suo fondo sul domenicale del Sole 24 Ore: “La Cassazione non ferma il caos nel web. Che peccato

la sentenza della Cassazione, quel volubile forum della giustizia italiana, ha deciso che sui blog non esiste alcun principio di responsabilità sarà celebrata, c’è da temere, come un trionfo della libertà di stampa: Polaris è persuasa, al contrario, che sancirà l’irrilevanza dell’informazione online non professionale, fino a un mondo di 6 miliardi di blogger, ciascuno scritto e letto solo dal proprio autore. Se infatti è lecito far circolare qualunque sesquipedale asinità, esagerazione, calunnia, grottesca teoria del complotto, ad avvantaggiarsene non sarà la verità, già così maltrattata su web, ma la diffidenza, il disgusto e l’inerzia. La presunta licenza di dire tutto determinerà lo scetticismo assoluto di chi a leggere ancora prova.

Noi invece ne siamo felici. La nostra opinione è che in Italia per far circolare qualunque sesquipedale asinità, esagerazione, calunnia, grottesca teoria del complotto non sia stato necessario andare a scovare un blogger squilibrato che scrive pe se stesso chiuso nel suo stanzino. E’ bastato rivolgersi ai maggiori giornali e tg. Ma per lei evidentemente questo tipo di informazione va bene, perchè è premiato dal mercato.

Invece gli altri:

Pian piano, come pula al vento, meschini sordi rancori verranno dispersi nell’inesorabile rombo dei motori di ricerca. E nulla piu resterà se non un roco slogan in un sito non aggiornato da mesi, una foto ingiallita su Facebook, una correzione acida di Wiki che forse nessuno mai leggerà, fossile online della frustrazione… Non era questa l’utopia del web e la Cassazione, credendo forse tra gli ermellini di sostenere la libertà, assicura irrilevanza al rumore di fondo che si spaccia oggi per cronaca online. Peccato.

Il documentarista Chris Smith, per il suo film Collapse ha un approccio a nostro avviso piu interessante di quello di Polaris.

Nello stile di Errol Morris (cui questo film è un evidente tributo) ci mette davanti un uomo, Michael Ruppert e le sue teorie, lasciandoci liberi di decidere se la persona che ce le sta espondendo sia sana di mente o totalmente squilibrata. E’ la necessità di un fruitore dotato di capacità critica che da tanto fastidio a Polaris? O la facilità con a quale si possono prendere delle gran cantonate? Michael Ruppert espone idee, giuste o sbagliate, come in tanti hanno fatto prima di lui, molto prima dell’invenzione del web.

E a noi questa libertà, peraltro molto affine all’utopia del web, pare da difendere.

Ma evidentemente Polaris, a partire dal nome che si è scelto pensa in grande, e la sua era forse un’utopia di dominio. O magari lo preoccupa solo il calo nelle vendite del suo giornale (ahi Il mercato!).