A ogni notizia dell’ennesimo sopruso sui Rom provo un dolore quasi fisico. Mi si chiude lo stomaco, mi manca l’aria.

Piango quando so della morte dei loro bambini (di freddo, di stenti, intossicati dai fumi di stufette rudimentali) o delle violenze inaudite cui sono sottoposti: da gente del loro stesso popolo (gli infami esistono ovunque) o da cittadini italiani: ricordo un episodio terribile di una quindicina d’anni fa, quando una bimba di un campo Rom rimase gravemente ferita (mi sembra che perse un occhio) per aver preso in mano un giocattolo gettato da qualcuno (un infame assassino) nel campo. Perché non era un giocattolo, ma una bomba rudimentale mascherata da balocco.

Metto le mani avanti. È vero, abito nel centro di Milano, non ho contatti che sporadici con i Rom, non sono i miei vicini di casa. È vero: fra di loro ci sono tanti ladruncoli, borseggiatori, ladri d’auto e d’appartamento. Ed è verissimo: interagire con loro non è facile, come ben sanno i meravigliosi volontari (della Caritas ma non solo) che lavorano nei campi e gli insegnanti che si battono per il diritto allo studio dei piccoli Rom.

Ma è difficile vivere secondo legge là dove la legge non c’è: in campi nomadi nei quali vengono ammassati a centinaia da amministrazioni comunali che “investono” il denaro elargito dalla Comunità europea non per integrarli ma per emarginarli ulteriormente. È difficile trovare un lavoro se dici di vivere in un campo Rom. Ed è difficile mandare i figli a scuola se continuano a sgomberarti.

Ma la cosa che mi manda letteralmente in bestia è il ripetersi implacabile e ossessivo, in ogni momento di crisi o alla vigilia di qualche consultazione elettorale, del pubblico anatema contro i Rom: sono loro il capro espiatorio per eccellenza, la summa del brutto, sporco e cattivo contro cui indirizzare odio e disprezzo per distrarre l’attenzione da altri ben più gravi problemi e dalle loro cause.

Nella civile Milano, dove il prezzo dell’illegalità (falsi in bilancio, reati societari, contraffazione e concorrenza sleale, corruzione, truffa) costa oltre tre miliardi l’anno alle imprese virtuose, il problema principale non è scovare e sanzionare le imprese che violano la legge, ma sfrattare i Rom regolari. Non dal campo di Triboniano (il che sarebbe giustissimo, perché nessuno di loro vuole vivere in quell’inferno, ma sogna di abitare in vere case, come quelle che gli erano state promesse dal Comune) ma da Milano, anzi dall’Italia. “Non deve passare il messaggio che riserviamo ai Rom una corsia preferenziale”, ha dichiarato Giulio Gallera, capogruppo del Pdl in Comune.

E pensare che una corsia preferenziale, in altri tempi, era stata riservata, eccome, ai Rom. Una strada che portava ad Auschwitz e ai camini. Ricordo la testimonianza di Nedo Fiano, deportato ebreo sopravvissuto al lager: “All’inizio eravamo quasi invidiosi di loro: a differenza di noi ebrei, le famiglie dei Rom ungheresi non erano state divise: vivevano tutti insieme, vecchi, adulti e bambini, in una zona del campo. Ma dovemmo ricrederci in fretta: rimasero insieme anche nello sterminio, i forni ci misero tre giorni per bruciare tutti quei corpi”.

Mio padre è sepolto al cimitero ebraico di Milano. Lì vicino, fino a qualche tempo fa c’era un campo Rom. Ho visto le ragazzine che venivano a bere e a lavarsi alla fontanella del cimitero. E ho pensato: ancora una volta insieme.

Ma non è così. Oggi mettere all’indice l’ebreo è sconveniente, politicamente inaccettabile. Infierire, e non solo con le parole, contro i Rom è normale. E politicamente redditizio, come ben sanno Lega e Pdl.

P.S. Guardate, per piacere, il documentario realizzato due anni fa da tre giornalisti di Focus. Due anni e non è cambiato niente. Anzi, le cose sono peggiorate.