C’è voluto un po’ di tempo, una ventina d’anni, ma il sogno che molti accarezzavano ai tempi di Mani Pulite si sta quasi per avverare: quello cioè che, cadute le ideologie, la classe politica del paese più corrotto d’Europa la piantasse di dividersi tra destra e sinistra e cominciasse, molto più modestamente, a distinguersi fra chi rispetta la legge e chi no. Mentre si attende con ansia qualcuno che prenda la guida del primo fronte, il cavalier B. sta provvedendo da par suo a unificare il secondo. La svolta è stata la cacciata dei finiani, e non perché qualcuno di loro manifesti preoccupanti competenze in materia immobiliare, ma per il motivo opposto: Fini e i suoi pronunciano con allarmante frequenza la parola “legalità” e, quel che è peggio, pare non frequentino mafiosi, ‘ndranghetisti o camorristi. Ieri, per dire, Fli ha votato con le opposizioni per consentire ai giudici di usare le intercettazioni a carico del coordinatore campano del Pdl, Nicola Cosentino, detto Nick ‘o Mericano, sul cui capo pende un simpatico mandato di cattura per camorra. Ovviamente i Sì ai nastri non sono bastati e la maggioranza della Camera ha detto No, anche grazie ad alcune defezioni tra i banchi del centrosinistra: si spera che gli oppositori dissenzienti vengano presto identificati, affinché B. possa portarli con sé nel Partito dei Ladri, magari in cambio di un seggio sicuro, un mutuo-casa, un buono escort e un set di massaggi al Salaria Sport Village. Si è schierata sorprendentemente per il Sì anche l’Udc, già nota come l’Unione dei Carcerati, che però B. sta aiutando a ripulirsi (controvoglia, s’intende) comprandole a uno a uno tutti i parlamentari più compromessi: per esempio, quelli che la stampa di regime chiama eufemisticamente “i siciliani”, che in realtà sono accomunati non tanto dalla provenienza geografica, quanto dai guai giudiziari: Giuseppe Drago, pregiudicato per peculato, interdetto dai pubblici uffici e in attesa di espulsione dalla Camera; Totò Cuffaro, condannato in appello a 7 anni per favoreggiamento mafioso e imputato per concorso esterno in associazione mafiosa; Saverio Romano, fedelissimo del suddetto e sospettato di rapporti (finora giudicati non penalmente rilevanti) con mafiosi; Calogero Mannino, assolto nel processo per mafia che ha comunque provato i suoi rapporti con noti boss; e altre preclare figure.

Se il quadro politico beneficia di quest’improvvisa azione chiarificatrice, resta più ambigua la situazione nel mondo dell’alta finanza. Vedi la guerriglia che ha portato alle dimissioni il banchiere di Unicredit Alessandro Profumo. Tra i pochissimi azionisti della banca a non votargli la sfiducia si segnala Salvatore Ligresti, due volte condannato per corruzione a un totale di 2 anni e 6 mesi (tangenti Eni-Sai e Metropolitana milanese). Tra i nemici di Profumo, la stampa indica – oltre al duo Berlusconi-Bossi e rispettive bande – Luigi Bisignani, già iscritto alla loggia P2 (tessera n. 203), condannato a 3 anni e 4 mesi per la maxi-tangente Enimont, dunque consigliere del sottosegretario Gianni Letta, con tanto di ufficio a Palazzo Chigi; Cesare Geronzi, presidente delle Generali, imputato per i due maggiori crac della storia italiana recente, Cirio e Parmalat; il vicepresidente Fabrizio Palenzona, indagato a Milano per ricettazione (fascicolo poi trasferito ad Alessandria) per aver ottenuto dall’ottimo Gianpiero Fiorani oltre un milione di euro in cambio della partecipazione all’assalto all’Antonveneta e della strenua difesa dello sgovernatore Fazio (dalle indagini emergono undici conti esteri della famiglia Palenzona con investimenti a colpo sicuro su titoli legati ad Autostrade assieme agli amici di Fiorani; un’intercettazione in cui il banchiere definisce gli inquirenti “maiali”). Insomma, al tavolo di Unicredit uno dei pochi incensurati era Profumo. Appena gli altri se ne sono accorti, l’hanno silurato: stonava.