Quasi sempre, alla domanda “Che cosa significa narrare?”, ci sentiamo rispondere: “Narrare significa raccontare una storia”. Ma è davvero così?

Proviamo a svolgere una rapida indagine. Per esempio, qual è la storia de “Il Signore degli Anelli”? Un gruppo di creature fantastiche combattono contro uno stregone malvagio e riescono a vincerlo distruggendo l’ultimo dei suoi anelli del potere. Ma no, mi direte voi, non si può ridurre un capolavoro del fantasy mondiale a queste due righe: ci sono anche gli Hobbit, Gandalf, Gollum, gli Elfi, gli Ent, gli orchi di Saruman e l’occhio di Sauron, i Cavalieri Neri, le Miniere di Moria, il Monte Fato. Insomma, intorno, dentro, in mezzo a questa storia, c’è tutto un incredibile e indimenticabile mondo.

 Ecco, arrivare al punto, a volte è più semplice del previsto. “Il Signore degli Anelli”, senza il mondo creato da Tolkien, si ridurrebbe a una storia insulsa. La riprova di questa verità è che tutti gli autori che hanno copiato la storia di Tolkien (la compagnia, il signore oscuro, la cerca) senza avere però il suo spessore culturale e la sua realistica immaginazione hanno miseramente fallito. Il loro mondo si è rivelato piatto, monotono, usurato; la storia ha rapidamente svelato la sua pochezza; e la narrazione non è mai riuscita a decollare (trattandosi di una stroncatura netta taccio i nomi dei colpevoli per un senso di solidarietà corporativistica…).

 Dunque, narrare non può significare soltanto raccontare una storia. Ci deve essere dell’altro. E, penso si sia capito, questo altro è appunto l’evocazione di un mondo. Continuiamo a indagare.

Prendiamo un Pronto Soccorso, dove si svolgono brevi storie che più o meno assomigliano ad altre viste mille volte (malattie terminali, gravidanze difficili, suicidi vari, incidenti tragici e spettacolari, casi estremi) e mettiamoci dentro un gruppo di personaggi che più o meno assomigliano ad altri visti mille volte (il dottore bravo e ambizioso ma un po’ nerd, il dottore stronzo e figo ma dal buon cuore, il dottore egocentrico e carrierista ma appartenente a qualche minoranza razziale, la dottoressa bella e brava ma con le palle, l’assistente idealista e volenteroso ma pasticcione, il capo dispotico e competente ma magari con un handicap che lo umanizza, ecc.). Ebbene, come facciamo a trasformare questo pronto soccorso, dove si svolgono storie e si aggirano personaggi già visti, nel serial di maggior successo della storia della televisione americana? La risposta è semplice: raccontiamo il mondo del Pronto Soccorso (E.R., se non si fosse capito) dall’interno, aprendo al pubblico le porte della sala operatoria, e soprattutto scegliendo come onnipresente antagonista la Morte. Facciamo vedere tutto in modo verosimile, con abbondanza di dettagli e competenza di sguardo, senza preoccuparci che il pubblico rimanga scioccato se si mostra un bambino con una ferita aperta o possa confondersi se sente parole specialistiche come “periocardiocentesi” o “laparoscopia”. Per spiegare la complessità dell’Emergency Room basterà poi inventarsi il personaggio di un assistente che all’inizio di ogni nuova serie dovrà conoscere tutto e a cui tutto andrà quindi rispiegato da capo.

Già da questi due semplici esempi, si può evincere come la narrazione si componga sempre di due elementi inscindibili, la storia e il mondo in cui la storia si svolge. Narrare ha a che fare tanto con la creazione di un mondo quanto con la strutturazione di una storia. La storia sarà appunto l’occasione per esplorare il mondo. Visitarlo, conoscerlo, interagire con esso, nel caso modificarlo o addirittura combatterlo. Di conseguenza, parafrasando e ampliando la risposta di apertura, potremmo concludere che: “Narrare significa raccontare un mondo attraverso una storia”.

Questa è la vera essenza della narrazione. Pertanto, nel nostro imminente viaggio all’interno delle tecniche narrative, ci preoccuperemo di analizzare non soltanto quali sono i modi più utili per articolare una storia ma anche quali sono i metodi più efficaci per fondare un mondo narrativo credibile e originale.