Confinata dai mass media nelle cronache locali al momento degli arresti e poi trascurata nella fase processuale (la prossima udienza dovrebbe tenersi ad ottobre), è stata di fatto dimenticata l’inchiesta della Procura di Napoli ‘Onde Rotte’. Condotta dall’aggiunto Aldo De Chiara e dal pm Antonio D’Alessio, l’inchiesta aveva acceso una luce sinistra sulle procedure di erogazione dei contributi pubblici per l’editoria televisiva campana e sui meccanismi di accesso al giornalismo e all’esame che consente la conquista dell’agognato tesserino di ‘giornalista professionista’. Ormai ne riferisce solo la testata www.iustitia.it, un sito internet napoletano diretto da Nello Cozzolino che si occupa di guasti e distorsioni del sistema dell’informazione partenopea.

Proviamo allora a ricordarla, questa indagine che meriterebbe maggiore attenzione, e a riassumerla a chi non ne ha mai sentito parlare. Nell’ottobre 2008 il Gip Pia Diani spicca quattro ordinanze di arresti domiciliari nei confronti di imprenditori e management di alcune tv private campane del gruppo Teleregione-Italiamia, accusati di truffa e falso per aver falsificato le fatturazioni e gonfiato gli organici della redazione giornalistica attraverso assunzioni rivelatesi fittizie, con lo scopo di beneficiare di contributi pubblici non dovuti. Fatturato e organico sono infatti i criteri utilizzati dal Corecom, il comitato regionale per le comunicazioni, per redigere la graduatoria delle tv campane utilizzata dal Ministero dello Sviluppo Economico per erogare le provvidenze pubbliche di sostegno all’editoria televisiva locale, così come stabilito dalla legge 488 del 1988. Stiamo parlando di una torta di 12 milioni di euro nel solo 2008. E per mangiarsene una fetta più grande, sostengono gli inquirenti, gli editori di ‘Teleregione’ hanno prodotto una girandola di fatture false. Inoltre “le indagini svolte – si legge nel comunicato stampa firmato dal procuratore capo Lepore e dall’aggiunto De Chiara – hanno rivelato un sistematico ricorso alla simulazione delle assunzioni di giovani praticanti giornalisti (…)”. E i praticanti, come è noto, al termine di 18 mesi di impiego accedono all’esame per diventare giornalista professionista.

L’ordinanza riporta le dichiarazioni di due giornalisti ‘gole profonde’. Uno afferma che durante il periodo di assunzione nel gruppo Teleregione, ha in realtà lavorato per un paio di testate di Sergio De Gregorio “senza retribuzione, solo per un rimborso spese simbolico”. Un altro mette a verbale che, nonostante l’assunzione, in redazione non c’è mai andato. Quel contratto era, testuale, “un contentino” per aver lavorato gratis per anni nei giornali di De Gregorio. Sorge spontanea una domanda: che c’entra in questa inchiesta il senatore leader di Italiani nel Mondo? Nulla. De Gregorio non è indagato. All’epoca però uno dei suoi più stretti collaboratori era il direttore editoriale del gruppo Teleregione, anch’egli indagato. E le ‘assunzioni’ in quelle emittenti private, autostrada verso l’esame di Stato a Roma, erano la moneta con cui ricambiava i giornalisti a lui più fedeli.

Trovano spiegazione così alcune statistiche. In base alle quali le emittenti di Teleregione spedivano all’esame di Stato più praticanti dell’Ansa, del Corriere, di Repubblica o dei tg nazionali. Nello Cozzolino mette in rete l’organico giornalistico: ben 38 unità, una sorta di Cnn all’ombra del Vesuvio. Più della metà sono praticanti con contratti senza alcun onere contributivo per l’editore, in base alla legge 407. Beneficio che si applica a chi assume disoccupati. Spicca un caso clamoroso. E’ quello di un politico napoletano, militante in un partito di sinistra, in prima fila nelle battaglie per la legalità. Risulta aver lavorato come telereporter in una tv satellite del gruppo a Lamezia Terme – Teleregione-Italia Mia tentò anche di accedere ai contributi del Corecom calabrese – nello stesso periodo in cui ricopre un incarico istituzionale di grande rilievo in un’amministrazione. Come faccia a dividersi tra i due impegni in due luoghi a 380 chilometri di distanza, è un mistero. Nell’accettare l’assunzione, costui firma un documento in cui dichiara di essere disoccupato. Peccato che invece sia contrattualizzato a tempo determinato in un Comune. Ma di casi come questo ce ne sarebbero anche altri. Se il processo si concludesse con le condanne, uno dei principali danneggiati sarebbe l’Inpgi, l’ente di previdenza dei giornalisti, che per anni avrebbe coperto centinaia di migliaia di euro di contributi per persone che lavoravano altrove o non lavoravano affatto.

L’inchiesta, confermano alcune fonti, avrebbe prodotto uno stralcio dedicato solo alla questione delle assunzioni fittizie. Ma in due anni lo stralcio non è approdato a una conclusione. Inutile aggiungere che intanto molti dei giornalisti sui quali esiste il sospetto di non aver mai scritto un rigo o commentato un servizio video, hanno superato in pompa magna l’esame e ora sfoderano il tesserino di professionista che molti cronisti vessati e sottopagati, che lavorano sul serio ma non riescono a ottenere un contratto, possono solo sognare.

Ai lettori il piacere di scegliere come definire questa vicenda. Gli lasciamo solo alcune riflessioni, che peraltro sono sempre le stesse. Il precario che accetta un percorso totalmente illegale per accedere alla professione, difficilmente diventerà un giornalista rigoroso e coraggioso che non guarderà in faccia a nessuno. Nel migliore dei casi, avrà firmato troppe cambiali da pagare. E c’è un effetto collaterale da non sottovalutare: l’inflazione di ‘professionisti’, molti dei quali lo diventano solo per curriculum ma in realtà fanno altro, rende i giornalisti ‘veri’ più deboli di fronte agli editori. E più esposti al rischio sfruttamento.