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di Andrea Aparo | 7 settembre 2010

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L’oblio sulla rete è un’utopia

Domanda: come possiamo vivere al meglio le nostre vite in un mondo dove la Rete registra tutto e non dimentica mai nulla? Foto, aggiornamenti, profili, pensieri, esperienze, storie, peccati, buone azioni, promesse, relazioni, debolezze, sicurezze: una volta in rete è per sempre. Secondo un recente sondaggio commissionato dalla Microsoft in USA, il 75 per cento dei selezionatori e addetti alle risorse umane hanno dichiarato che le loro aziende richiedono di svolgere ricerche on-line prima di decidere un’assunzione. Motori di ricerca, gruppi di discussione, siti di condivisione di video e immagini, siti di social-networking, blogs, siti personali, Twitter, giochi on-line. Nulla sfugge.

Il 70 per cento dei selezionatori e addetti alle risorse umane hanno detto di non avere perfezionato un’assunzione a causa di quanto trovato in rete. Il vostro futuro lavorativo bruciato da una ragazzata di gioventù, da un pettegolezzo digitato – non più appannaggio riservato di pochi VIP – apparentemente innocuo.

Facebook ha più di 500 milioni d’iscritti che passano sul sito più di 500 miliardi di minuti al mese. L’utente medio crea e mette in linea circa 70 “contributi” al mese.

Gli utenti di Twitter sono più di 100 milioni.

Ognuno esprime pareri, formula giudizi, parla, insulta e spettegola su tutto e tutti. Voi compresi. Me compreso. Tutti. Nelle società tradizionali accettano che gli individui possano evolvere nel tempo, che siano in grado di imparare dall’esperienza, che siano capaci di modificare e migliorare i comportamenti. I comportamenti sbagliati sono osservati ma non necessariamente registrati: I limiti della memoria umana garantiscono che eventuali peccati siano comunque, dimenticati. In una società come la nostra, sempre più digitale, dove tutto viene registrato, diventa impossibile scappare dalle nostre azioni passate. Se non si dimentica, perdonare diventa un compito molto, molto difficile. Si dice che la nostra società sia altamente permissiva, che esiste comunque e sempre una seconda possibilità. Già, si dice. Per la stragrande maggioranza delle persone la memoria permanente della Rete implica che non ci sono seconde possibilità.

La lettera scarlatta digitale è indelebile anche perché, di solito, la cosa peggiore che si è fatto è la prima che tutti sanno. Non per nulla assistiamo a una crisi d’identità. Non per nulla la maggioranza di coloro che partecipano a blog si avvalgono e si proteggono, con un aristocratico anonimato. Ognuno di noi ha a disposizione stuoli di avatar, pseudonimi, acronimi, sigle, identità. O meglio, aveva a disposizione. La crescita continua dei social-network riduce sempre più gli spazi di gestione delle singole identità. Diventa sempre più facile essere scoperti. Due o più identità che esprimono gli stessi sogni, idee, critiche, osservazioni non sono un caso: sono un Proteo riuscito male. Non parliamo poi delle foto identiche cui corrispondono nomi e cognomi diversi…

Il fiato della Rete è stato trattenuto quando Facebook ha annunciato che avrebbe reso pubblici parte dei suoi profili utenti. Confrontare le amicizie, le relazioni personali e familiari vuol dire togliere a molte identità fittizie il mantello dell’invisibilità e ritrovare, nuda e spesso molto scomoda, l’identità vera. Facebook ha fatto marcia indietro.

Il problema rimane. Come preservare e mantenere il controllo delle nostre identità nel mondo digitale che non dimentica mai nulla? La soluzione è tecnologica, legale, legislativa, etica? Una loro combinazione?

Di certo dobbiamo conservare la nostra capacità di reinventarci, di sfuggire al nostro passato e di migliorare le nostre rappresentazioni al mondo di noi stessi. Dobbiamo conservare il diritto di essere dimenticati. E perdonati.

(Grazie a Jeffrey Rosen del The New York Times e alla Legge di Felson)

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